colori e sapori di rosate

Cinque minuti spesi bene I saloni della solitudine Un angelo vestito da cane Un salto nella luce del buio
colori e saporiHo scritto per due anni sul mensile "Rosate Notizie" ed è stata una bella esperienza.
Lo impaginavo pure ed è ritornato fuori il perito grafico che ero da ragazzo. Naturalmente tra una canzone e l'altra.
Mi piaceva molto parlare della gente e dell'unicità che differenzia ogni persona.
Il Sindaco Pasi ha voluto raccogliere tutto ciò che ho scritto in un libro, a testimonianza di un certo periodo storico e per l'amore, che un milanese come me, scappato dalla sua città nel 1981, ha dimostrato nei confronti di Rosate, dei suoi usi e dei suoi costumi.
Fu pubblicata anche una videocassetta.
Libro e videocassetta sono disponibili nella biblioteca di Rosate e di Abbiategrasso.

Qui sotto qualche articolo.


CINQUE MINUTI SPESI BENE
Mentre il cielo divampa di nero su tutte le cose, divertendosi a nasconderle, Rosate si accovaccia dolcemente. Un’altra notte accarezza il campanile della Chiesa e i tetti delle case, fondendosi, poi, col grigio luccicoso dei marciapiedi.
Luigi Mariani sta guardando l’ennesima puntata della “Ruota della fortuna”.
E’ seduto in poltrona con le gambe distese sulla sedia e un plaid a quadri lo copre quasi per intero.
Ha 88 anni e tutti i capelli.
-Sono proprio contento che sei venuto a trovarmi! Non ti fai più vedere ... una volta eravamo più amici! -
-Hai ragione Luigi, ma sono sempre preso! Come ti va?-
-Va da poveri vecchi! Sempre qui ... guardo un po’ di televisione ... poi me ne vado a dormire ... sempre la stessa solfa! ... Una volta c’avevo anch’io tanto da lavorare! Quando c’avevo i cavalli ... ma lo sai che i miei erano i più sicuri? Gli amici che lavoravano con me volevano che mi mettessi sempre davanti alla fila ... erano bei tempi! Si partiva alle sette di sera, si portava il fieno coi carri fino a Saronno o anche a Castel San Giovanni e si viaggiava tutta la notte ... un po’ a piedi, un po’ sul carro ... al chiaro della luna e ... se faceva caldo, se si sudava, se veniva ... sete, un buon fiasco di vino saltava fuori come per incanto; la notte sembrava ancor più bella! Poi al mattino, il mercato e ... via a casa di ritorno sui carri vuoti ... Quella volta che i cavalli sono arrivati a casa da soli ... senza che nessuno li guidasse ... da Pavia a Rosate ... perché il Luigi dormiva sul carro ... esausto e, forse ... anche un po’ bevuto! Pavia ... Binasco ... anzi no ... prima la Certosa ... poi Binasco ... Coazzano e, infine, a casa! Come sono stati bravi quella volta i miei cavalli! Erano i più belli, i più sicuri! Quando sono arrivati nella corte si sono fermati e hanno aspettato che scendesse la mia povera moglie ... Era bella la mia povera moglie ... aveva due begli occhi azzurri ... era più giusto che capitasse a me ... lei era più giovane!-
E si asciuga con le mani, nodose d’artrosi, quegli occhi a fessura che, un tempo, rimbalzavano come le rane, sul verde delle marcite intorno a Rosate e che, adesso, sono così lucidi di rimpianto.
-Te l’ho mai raccontata quella dello Scaccabarozzi?
-No ...-
-L’Angelo Scaccabarozzi doveva finire in Germania ... era stato chiamato là ... suo papà era disperato ... così mi ha chiesto aiuto. Io c’avevo un amico interprete che si chiamava Otto, era un emiliano, un grande amico. Gli ho spiegato la faccenda e lui mi ha preparato un biglietto tutto scritto in tedesco, in cui si diceva che io, mio papà e l’Angelo avremmo dovuto attraversare il ponte della Becca per motivi di lavoro.
Siamo partiti alle nove di sera in bicicletta da qui e siamo arrivati là verso le due di notte. Tremavamo dalla paura. La guardia ha guardato il biglietto e dopo un periodo che ci è sembrato interminabile, ha detto “JA”- E così, abbiamo attraversato il Po sul ponte provvisorio di legno che sostituiva quello di ferro, in disuso per colpa dei bombardamenti, poi abbiamo portato l’Angelo a casa di nostri amici fidati e lì è rimasto sino alla fine della guerra. Che tempi! E quella del vino ... te l’ho mai raccontata? ... C’era un mio amico di Ozzero che doveva trasportare il vino da Montù Beccaria, ma non sapeva come fare a passare il Po a Bressana Bottarone, dove c’era un traghetto sempre sorvegliato dai tedeschi. Ho chiamato il mio amico Otto, il quale mi ha scritto su un foglio di carta che quel vino serviva per la mensa dei tedeschi. E così siamo partiti, sempre di notte, col carro e i miei due cavalli migliori. Anche lì, stessa scena di prima ... la guardia che ha letto, poi ha fatto una telefonata a non so chi e, infine, il fatidico “JAAA”. Siamo passati e ritornati col vino. Quanti ricordi! Ne ha fatte di cose il Mariani! Ma lo sai che in quel tempo le strade non erano asfaltate? Erano tutte sterrate ... noi avevamo vinto l’appalto per il trasporto della ghiaia, però per poter lavorare, avevamo dovuto fare la tessera del Partito Fascista che ogni volta dovevi esibire. La prima strada ad essere asfaltata col cemento è stata la Binasco-Milano ... vuoi che ti faccio un caffè?-
-No Luigi, grazie! Devo ancora mangiare ... posso star qui poco, a casa mi aspettano.-
-Sei sempre di premura ... devi sempre scappare!
-Hai ragione Luigi! Mi sembra di essere un matto, sempre di corsa!-
-Eh ... è il vostro tempo di correre ... anche mio figlio c’ha sempre tanto da fare ... però passa di qui tutte le sere ... non mi fa mancare niente ... anche la mia nuora è brava ... anche l’Alessandro e la Elena ... in quello sono stato fortunato ... vengono anche a farmi il bagno tutti i sabati ... e poi, a mezzogiorno, viene una bella signora del Comune che mi porta da mangiare ... per quello sono fortunato! Se non mi girasse sempre la testa ... quando potevo andare in bicicletta ... allora sì, ma cosa vuoi ... più che girare qui e qui ...-
-Ma l’altra mat­­tina ti ho visto camminare con un passo ben spedito sul marciapiede ... anzi, ti ho visto anche attraversare la strada con disinvoltura ...-
- L’altra mattina non mi girava la testa e così sono andato a fare la spesa e sono passato a bermi la medicina.-
-Come? ... Sei passato a berti la medicina...-
-Il Luigi si è bevuto un bel grappotto! Allarga le arterie e il sangue circola meglio! ... Sai cosa dicevo al Vismara quando mi sgridava per i grappotti? “Cun la grapa e cun äl vin ghe ‘gnu vecc anca äl Luisin”-
-Ho capito!- ... Però una telefonata potresti anche farla ogni tanto!-
-Ci ho provato l’altro giorno, ma mi ha risposto un signore che parlava da solo ... non ho capito niente e ho pensato di aver sbagliato numero e ho messo giù ... ho riprovato ancora, ma ... sempre la stessa storia e così ci ho rinunciato. Ma hai cambiato numero? -
-No Luigi, quella è la segreteria telefonica ... dovevi parlare dopo il suono ...-
-Io non capisco niente di quelle cose lì ... tutte queste invenzioni moderne ... sono trappole!-
Sorrido e penso a mio padre. Anche lui è rimasto da solo e anche lui mette giù quando sente la segreteria telefonica.
Che belli che sono tutti e due!
Dignitosi, autosufficienti, caldi di vita !
Hanno visto bruciare l’Italia, ma poi si sono rigirati le zolle e hanno riseminato. Hanno perso, strada facendo, una parte di sè, ma risorridono ancora.
E come loro, quanti!!!
E’ l’esercito dei bambini bianchi, frequentemente trascurati, ma qui, per fortuna, coccolati. I noi di domani, il senso naturale dell’avvicendamento.
-Ma non ti posso offrire proprio niente?-
-No grazie Luigi, devo andare a mangiare ... a casa mi aspettano, anzi.. adesso ti saluto!-
-L’hai vista quel­la là?- e col dito mi indica una cartolina che riconosco.
-L’hai ricevuta?-
-Sì e mi ha fatto un grande piacere. Quando è venuto il figlio gliel’ho fatta vedere e gli ho detto che sei un amico!-
-Grazie Luigi, anche tu sei un amico e ... mi dispiace che non riesco a venire a trovarti più spesso ...-
-Fa niente, so­no tanto contento che sei venuto che ... cià, vieni che ti dò un bacino ...-
E mi bacia con una dolcezza infinita che arriva al cuore facendomi zampillare di emozione.
-Ciao Luigi! Vengo presto a trovarti ancora ... stai bene e telefona qualche volta ... e non bere troppi grappotti, se no il sangue va troppo in fretta dopo!-
-Lascia fare a me! ... Ciao Renato! ... Ancora un bacino per la tua signora e per tua figlia.-
 
Ripiombo nel buio della sera e, stranamente, non provo quel disagio che, di solito, il colore della nebbia notturna mi provoca, anzi sento salire dal cuore quel senso appagante di soddisfazione che si prova quando si è in pace con se stessi e il mondo.
Mi succede sempre quando riesco a fare contenta, anche se per poco tempo, una persona che non sia io.
Il campanile della chiesa suona le otto.
Per strada non incontro un’anima. Solo un cagnolino arruffato di nero che mi viene incontro diffidente, muovendo a tratti la coda.
Lo riconosco: è quello del mio vicino. E’ sicuramente uscito per andare a trovare la sua fidanzata.
-Vieni Black, andiamo a casa che è ora di mangiare-.

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I SALONI DELLA SOLITUDINE
 
Nel salone della solitudine l’arredamento è umano: una bambola di stoffa scolorita, ragnatele di pensieri che formano grappoli di grigio, ricordi vivacizzati dalla nostalgia, anfore colme di noia stratificata, affreschi lucidi di dolore, armature in bigodini, voci bambine che urlano di pianto, i no di una vita intransigente, i rigurgiti di un latte succhiato con avidità, i sorrisi sfuocati di una madre, le ingenuità riposte in naftalina, i desideri caduti per terra e calpestati dal tempo, le preghiere non esaudite, le paure di essere, i giudizi del mondo che sta fuori, il senso della vita, un cuore.
Li vedi tutti lì in disordine, impolverati, vertiginosi, che si scontrano a turno per cercare un’uscita di sicurezza, una luce qualsiasi, una parola di comprensione.
Ma non ce la fanno a sfondare la porta e, così, ritornano su se stessi rotolandosi in una confusa ammucchiata di dolore.
Eppure, quasi sempre, ci vorrebbe così poco!
I treni raggiungono velocità impensabili, gli aerei superano addirittura quella del suono, le parole stentano a dire:-Ti voglio bene! Parliamone...-
Un “ciao” o qualsiasi altra frase, detta con un sorriso sincero d’affetto, ti apre le braccia, le mani, gli occhi e anche il cuore.
Poco importa se è una giornata nebbiosa di quelle che pesano sulle valutazioni nefande della vita. Tutto si colora di caldo e la speranza respira un lembo di cielo.
Ci si meraviglia quando uno si toglie la vita, o si ubriaca inutilmente, o infila un coltello nel ventre di un altro o va a puttane.
E come potrebbe farne a meno se tutto quel che ha dentro diventa un peso insopportabile, se un terremoto ha sconquassato tutto l’arredamento del suo unico salone più importante, se non incontra nemmeno un ciao sorridente, se nessuno gli dice :-Ti voglio bene!-?
Vicino a me, vicino a te, dappertutto esistono saloni della solitudine.
I nostri occhi non sono allenati a riconoscerli o, forse, preferiscono posarsi su esteriorità che appagano, momentaneamente, prima.
Sta di fatto, comunque, che ci sono e sono tanti, più di quanti noi pensiamo.
E hanno un colore inconfondibile, quello della disperazione.
Se, per un momento, smettessimo di sentire le sciocche illusioni e le precarie verità che ci arrivano dai media e ci mettessimo ad ascoltare i battiti del cuore ... di chi ci sta intorno, ci accorgeremmo subito di alcuni ritmi scombinati e avremmo, più spesso, l’occasione per dire:- Stai tranquillo! Sono qui io, non sei più solo!-
I saloni della solitudine hanno tutte le età e non hanno bisogno di televisioni, computer, lavastoviglie, pellicce, coupé, né moto che si alzano in piedi.
Sulla loro soglia, però, hanno, tutti, la stessa caratteristica: una targhetta con su scritto: “AIUTO!!!” 

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UN ANGELO VESTITO DA CANE

Ti lecchi con dolcezza e molto lentamente. Sembri tanto stanca! Mi guardi, dal basso verso l’alto, con lo sguardo di un bambino triste e smarrito, come a chiedermi:-Cosa mi sta succedendo?- E poi continui a leccarti.
Io ti parlo come si fa con le persone che ti stanno a cuore, dicendoti persino una buona parte dei miei segreti e so anche che non mi avrai capito al cento per cento, ma sicuramente ... hai fiutato il mio affetto per te. Come sei dimagrita!
Ti tengono in piedi ossa di altri tempi; tempi in cui aspettavi di vedermi con un bastone in mano per capire che ti avrei portato nel bosco per funghi con me. A proposito di funghi! Mi ricordo il suono del tuo campanellino, quello che ti avevo messo al collo per sapere sempre dove ti trovavi, visto che tu non stavi mai ferma un secondo e sentivi il bisogno di annusare le meraviglie che ci circondavano e l’aria mistica che ci entrava nei polmoni, quegli stessi polmoni che, adesso, sono come un ventaglio a brandelli. Come correvi quando ti chiamavo! E dovevo stare attento ad alzare in fretta la cesta dei funghi, altrimenti con la foga di farmi le feste, rischiavi di farmeli rotolare per terra o di ammaccarli. E poi, via di corsa, a mimetizzarti con l’erba, con le foglie di faggio, con le felci e i mirtilli.
Ti sono sempre piaciuti i mirtilli! Ricordo che ritornavamo a casa tutti e due con i denti viola ... quanti ne mangiavi? E chissà quanti porcini hai anche sfiorato e, magari, calpestato. Non potevi avvisarmi?
Continui a guardarmi, dal basso verso l’alto, con lo sguardo di un bambino triste e smarrito, come a chiedermi:-Cosa mi sta succedendo?-
FuxiaPotessi fare ancora qualcosa! Ho fatto tutto quel che potevo per te! E non mi è costato fatica, perché è stato troppo facile volerti bene. Tutto è cominciato undici anni fa, te lo ricordi?
Allora avevo ancora la mia prima automobile, un Maggiolino verde pisello. Pensa che mi ricordo persino la targa: MI L 19034 ... stavo caricando delle piantine di fuchsia e le portiere della macchina erano aperte. Tu sei salita come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Forse ci vedevi il tuo rifugio ideale o, forse, un’ultima scappatoia per sfuggire alla morte. Mi hanno detto che eri apparsa in zona all’improvviso, che senz’altro qualcuno ti aveva abbandonato e che "randagiavi" da quelle parti da parecchi giorni. Eri magra! Non come adesso, ma quasi ... mangiavi di tutto, anche i pezzi di sapone, avevi due occhi da bambino triste e smarrito e mi guardavi, dal basso verso l’alto, come a chiedermi:-Mi vuoi o non mi vuoi?-
Che fortuna ho avuto quel giorno! Il tuo ex-padrone non potrà neanche immaginare quel che ha perso, perché da quel giorno è entrato in casa nostra un angelo vestito da cane. Date le circostanze in cui ci siamo incontrati, mi è sembrato giusto e logico chiamarti "Fucsia". E’ incredibile come tu abbia imparato a capirci: un angelo, vestito da cane, che capisce l’italiano!
-Mangia sul tappetino ... fai la pipì ... dammi un bacetto ... fai andare la codina ... fammi un bel sorriso ... Corri! ... Ferma! ... Andiamo? ... Che buono!!! ... Vieni in braccio ... dormi.
Non posso più fare niente per te Fucsia! Non guardarmi così per favore! Vuoi un po’ di cioccolato? Quello ti piace sempre vero? Anche adesso che ... Però, nell’insieme, sei stata fortunata ... sai quanti tuoi amici non hanno trovato una portiera aperta? E poi, te la sei sempre cavata, malgrado le varie disavventure che ti sono capitate. Quell’autunno, al Parco Ravizza ... ti ricordi?
Era la prima volta che venivi a Milano e mio papà aveva voluto portarti a fare un lungo giro fino al Parco. Hai sempre tirato come una forsennata tu, quando eri legata al guinzaglio, tanto che, a volte, pensavo ti potessi soffocare. Per forza ... volevi sempre correre! Sarà stato per il gran tirare che lui ti ha lasciata andare. C’era la nebbia, ma tu hai visto lo stesso altri amici che giocavano e così, presa dall’entusiasmo, ti sei eclissata con loro e mio papà non ti ha più trovata. Povero papà! Ti ha cercato per un’ora e poi, con le lacrime agli occhi, è ritornato a casa continuando a ripetere: -Ho perso il cane! Adesso, Renato cosa mi dirà?- E la portinaia che cercava di calmarlo dicendogli: -Ma no Signor Pareti che il cane era proprio qui un momento fa ...- E tu c’eri davvero! Non ho mai saputo come hai fatto a ritornare a casa da sola. A Milano non c’eri mai stata e hai dovuto attraversare tre incroci pericolosissimi, proprio tu che avevi paura degli ombrelli, delle scope e delle tapparelle. Come hai fatto?
Ma non dovrei fare certe domande ad ... un angelo vestito da cane!
E quella volta che ti ha investito la sciatrice? Ti aveva fatto un taglio enorme e hai perso talmente tanto sangue sulla neve da farne un sentiero per arrivare all’albergo. Quando sei crollata per terra ho pensato che per te fosse finita e ho perso la testa, tanto da gettarti sotto l’acqua gelata nel tentativo di fermarti l’emorragia o di svegliarti in qualche modo. Per fortuna ho fatto bene. Quella notte sono stato sveglio per tenerti la flebo. Ti ho parlato a lungo, accarezzato e, alla fine, ti sei tranquillizzata. Il veterinario mi aveva detto che eri sotto shock, ma che, probabilmente, ce l’avresti fatta.
Ti avevamo fasciata tutta come adesso, solo che, adesso ... la storia è diversa. Mi capisci se ti dico che hai un male che non perdona? No ... non capisci ... per fortuna non capisci ... o sì? Vorrei sdrammatizzare questa storia e pensare che sei solo un cane, ma non riesco se mi guardi così! E poi sai qual è la cosa più difficile? Non sapere cosa ne pensi tu. Fa presto il veterinario a dirmi:- Non la faccia più soffrire ...-
E se tu non fossi d’accordo? E se tu preferissi soffrire fino all’ultimo, ma restare con noi? E poi che diritto ho io di stabilire il giorno, l’ora, il minuto, il secondo in cui ti dovrebbero addormentare? Non sono mica Dio, io! E’ lui lo specialista in questi casi! -E’ per il suo bene ...- mi dicon tutti, ma cosa ne sanno loro ... del tuo bene!
Oh Fucsia in che crisi mi mandi! Mi dovrei vergognare! ... Ma lo sai che, qualche volta, ho pensato di volere più bene a te che ad una persona?
Così come mi dovrei vergognare di averti tirato qualche calcio quando, anziché sporcare sulle aiuole, ti accomodavi sui gradini o in qualsiasi posto dove non ci fosse da sporcare; hai sempre avuto un debole tu per il cemento! Anche in questo sei stata singolare, come singolari sono stati la tua docilità, le accoglienze che ci riservavi ad ogni rientro, i tuoi sorrisi a dodici denti che ti rendevano davvero brutta! Povera la mia cagnolina! Sempre con noi ... pur di stare in braccio, guardavi persino la televisione e ti addormentavi regolarmente per poi russarmi in un orecchio.
E adesso che non ti reggi in piedi, che tenti, a malapena, di scodinzolarmi, che non sorridi più, adesso che mi guardi ancora dal basso verso l’alto come undici anni fa ... io dovrei ... scegliere per te ... Senza il tuo parere ... Come faccio? Fammi almeno capire qualcosa! Non riesco a decidere! Almeno ... ti addormentassi da sola ... ma tu sei della vecchia leva ... hai una tempra! Resisti.
Fin che ti vedo mangiare, vuol dire che hai ancora voglia di vivere ... non ti pare? Cosa vuoi che siano tre fasciature al giorno! E così è passata un’altra giornata e, anche per oggi, non ho da prendere alcuna decisione ... e poi, di sera ... il veterinario non viene ... ne riparliamo domani ... sperando che Dio o chi per Lui ... abbia urgenza, bisogno o, semplicemente, nostalgia di un angelo vestito da cane. E’ Lui che, di solito, manda i bigliettini.
Buonanotte Fucsia, dormi bene!

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UN SALTO NELLA LUCE DEL BUIO

Attraversavo la Via Roma, intriso di depressione, quando ad un tratto, i miei occhi hanno incontrato un bastoncino bianco che assaggiava, cadenzato, l’asfalto del marciapiede. Lo sguardo si è, piano piano, alzato incontrando prima una mano nervosa, poi una giacca e, infine, un volto che sorrideva.
-Guarda l’Enea che ride ... a cosa starà pensando? Ma si può ridere se non si vede niente? Quale immagine lo può rendere così allegro se i suoi occhi hanno visto solo il buio? E io che vedo tutto, perché sono così depresso? Forse non è così importante ciò che si vede, ma ciò che si sente ... Cosa sentirà l’Enea di così sereno da farlo sorridere per strada, mentre il bianco di un bastone lo aiuta ad arrivare all’Angolo per bersi un caffè?
Enea è un ometto di trent’anni ed è cieco dalla nascita.
Ha perso il papà quindici anni fa e vive con la mamma.
Si alza tutte le mattine presto, alle sette prende il pullman per Milano, lavora tutto il giorno all’Università Statale come centralinista e ritorna a casa la sera alle sei.
Da sette anni studia il pianoforte, da una vita segue la musica degli anni sessanta e settanta ed è, in questo settore, un’enciclopedia parlante, inventa rebus, frequenta corsi per computer, canta nel coro della chiesa, presenta manifestazioni in qualità di conduttore e sa parlare in francese ed in inglese.
E sorride per strada, mentre col suo bastoncino bianco arriva all’Angolo per bersi un caffè!
-Qual è la tua canzone preferita?
-”Momenti sì e momenti no”, cantata da Caterina Caselli. L’ascoltavo sempre, ad Alto Gradimento, così come ascoltavo le canzoni trasmesse da Supersonic.-
-Capita anche a te di essere depresso?-
-Eccome! Ma non per il fatto di essere cieco ... Quello lo vivo come un dato di fatto. Io sono un “nato non vedente” e, quindi, il cosiddetto salto nel buio non c’è, a differenza di altri che hanno perso la vista più tardi; per loro sì che è un vero shock ... vuol dire ricominciare tutto da capo. A volte mi piacerebbe fare un lavoro più creativo, oppure poter parlare nelle lingue che conosco, anche se la monotonia di passare delle telefonate viene poi riscattata dal buon rapporto che ho con i miei colleghi. Con loro parlo di tutto. A volte si analizzano, insieme, i fatti della settimana. Qualcuno legge le notizie più salienti e, poi, si discute dialogando sui vari punti di vista.-
-A proposito di letture ... esiste una letteratura assortita e attuale per i non vedenti?
-Purtroppo no! Stampare in “Braille” è costoso e non sempre la tiratura di un argomento può essere ammortizzata nei costi. E’ anche per questo motivo che i libri arrivano in ritardo e, solo, quando gli editori sono sicuri di non andare in perdita. E poi il supporto su cui vengono stampati necessita di un volume estremamente più ingombrante, pensa che un romanzo come “ I promessi sposi” ci sta in dieci libri le cui misure sono 30 x 40 cm.
Ultimamente hanno preso a registrare su cassetta alcuni libri ed è diventato tutto più economico e pratico.
-Voglio farti una domanda anche se il fartela mi mette un po’ in apprensione: come ti immagini il mondo fuori ... le persone ...?-
-Mah ... diciamo che, fisicamente, io non ho nessun tipo di immagine se non quella che ho con il tatto. E’ solo col tatto che un non vedente può sperimentare, toccare, osservare ... anche se non so se si possa usare a livello “tattile” questo verbo ... quindi io devo guardare molto le qualità interiori di una persona, perché l’esterno non esiste.-
-Hai mai provato delusioni dalle ... qualità interiori degli altri?-
-Mah ... forse da quelli che si parlano addosso o da quelli che parlano tanto per parlare. Io capisco dal tono della loro voce se mi vogliono essere amici, se vogliono istaurare un dialogo o se parlano tanto per dire qualcosa.
In certi casi è preferibile il silenzio. Certi rumori interiori andrebbero collegati col cervello-
-Come va con la tua mamma?
-Ho un ottimo rapporto con lei. Mi ha aiutato in tutto, soprattutto spronandomi a tentare questo o quell’altro. Mi ha avvicinato alla musica e mi ha incoraggiato in tutti i momenti difficili. E’ stata ed è proprio una grande mamma. Anche con mio papà ho fatto in tempo ad avere un bel rapporto ... è morto quando avevo quindici anni.-
-Ti piace più ciò che trasmette la radio o la televisione?-
-In televisione seguo solo i quiz o quei films che vengono doppiati in contemporanea dalla radio; c’è una voce fuori campo che, durante i cambi di scena, commenta quello che sta succedendo senza sovrapporsi ai dialoghi. La radio, invece, mi tiene quasi sempre compagnia perché trasmette tanta musica e io adoro la musica. Ho anche fatto impazzire qualche disc-jockey affinché mandasse in onda canzoni rarissime da reperire, che io potessi registrarmi-
-Quali sono le voci femminili che più ti piace ascoltare?-
-Quelle della Caselli, di Mina, di Raffaella Carrà, di Loretta Goggi e della Pausini-
-Non vedendo la faccia di D’Alema, di Berlusconi, di Bossi, di Buttiglione o di Fini, non succede che tu venga influenzato dalla loro mimica o dal loro carisma televisivo, per questo ti chiedo che idea ti sei fatto di come stiamo andando, ascoltando le loro motivazioni?-
-Sono un po’ pessimista. Nessuno si preoccupa della pace. Anche nel resto del mondo si fa troppo poco per la pace. Gli interessi di potere prevaricano il senso stesso dell’umanità e questo non ci porterà molto lontano.-
-Il tuo rapporto con la Chiesa e con Dio?-
-Mi sento profondamente cattolico ed impegnato nel divulgare il catechismo. A Bubbiano, la domenica, affianco un altro insegnante che, già, lo sta facendo.
Non sono uno di quelli che crede in Dio e un po’ meno nei preti. Su questa terra nessuno è perfetto e preferisco inserire certe “cadute” nell’ambito di un disegno che non mi è dato di giudicare, perché più alto della mia umanità.
La fede è un fatto totalitario: o c’è o non c’è; non si può disquisire su ogni punto di vista personale, altrimenti daremmo forma a migliaia di religioni personalizzate. Sono arrivato a questa conclusione dopo aver cambiato idea sulla pena di morte. Prima ne ero fautore, poi uno scossone interiore mi ha fatto mutare direzione.-
-E di tutte queste Madonne che piangono cosa ne pensi?-
-Ho sentito parlare molto di questo e se fosse vero non mi dispiacerebbe, perché vorrebbe dire che un segno divino ci sta mettendo in guardia o ci vuole fare riflettere su qualcosa.
So anche che molti di questi casi sono probabilmente degli imbrogli o degli scherzi di cattivo gusto, tuttavia mi piace pensare che una parte di verità ci possa essere, il miracolo ci convince che tutto sia possibile ... per esempio, non ho ancora smesso di credere che un giorno, forse, potrò vederci anch’io!
So che la scienza, per il momento non può ancora aiutarmi, ma Dio sì e se lo dovesse ritene¬re opportuno, potrebbe fare anche questo miracolo.-
-Io te lo auguro di tutto cuore e, d’altronde, è già successo tanto tempo fa, perché non dovrebbe succedere un’altra volta? Ti farebbe paura l’idea di vederci improvvisamente? Sarebbe un po’ come cambiare tutto della tua vita ...-
- No! Perché non sarebbe un salto nel buio!
-Pensi mai al concetto di morte?
-Sì e non mi fa paura, tuttavia mi dispiacerebbe morire mentre sto ancora crescendo la mia spiritualità.
Non credo di essere meritevole di Paradiso.
La meta è lontana, ho ancora tanto da fare, tanto da imparare. E’ un cammino che si costruisce giorno per giorno e mi sento ancora poco maturo, dentro.-
Enea si accende la pipa ed aspira gustosamente un tabacco che sa d’antico. Lo guardo e cerco di penetrare in quei suoi occhi ballerini per tentare di carpire il segreto della sua serenità, ma per quanto mi sforzi, per quanto mi senta commosso e in comunione con lui, non ci riesco e allora mi arrendo alla sua anima e a quel suo mondo interiore, colorato d’arcobaleno.
Il suo buio ha una luce che, ancora non mi è dato di conoscere.

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