
Nel
1990 uscì un album dal titolo "Coraggio e sapone".
Assieme al cd venne
pubblicato anche il libro "Nudo sto cercando" in cui viene raccontato
l'ambiente musicale in maniera non proprio esaltante.
Raccolsi critiche,
ma anche molti consensi.
Qualcuno arrivò addirittura ad affermare che non
mi avrebbe aperto più la porta nessuno, ma non fu così e qualche sassolino
dalla scarpa me lo tolsi.
Ogni tanto ce n'è bisogno, altrimenti si
scoppia.
Ebbi anche l'occasione di presentarlo al Maurizio Costanzo Show ed ebbi
anche apprezzamenti da Vittorio Sgarbi, citato nell'ultima parte del
libro.
Oltre a parlare dell'ambiente della musica ci sono momenti in cui la
musica non c'entra nulla, momenti di vita, d'interiorità e riflessione.
CIAO ZIO
Man mano che salgo, mi rendo conto del ritardo di questa primavera che, a
Rosate, ha già premiato gli occhi di chi la festeggia ancora.
Qui, invece, ai bordi della strada, le viole selvatiche stanno fiorendo a
scapito dei bucaneve, ormai, invecchiati e le piante stanno acquisendo
quel sintomatico gonfiore che le gemme, quasi tutte aperte, conferiscono
ai rami e al tronco.
Quando arrivo sul ponte Doria il cielo è terso come, del resto, il fiume
Aveto e l'aria, che entra dai finestrini della macchina, ha uno
straordinario sapore di genuino, portando con sé un antico e confortante
odore di stalla e legna bruciata.
Mi viene da chiedermi quante volte ho fatto questa strada.
Tante!
Già dal mio primo anno di vita, sempre, ogni estate.
Era il sogno che facevo più spesso durante le lunghe e fredde notti
d'inverno in via Conchetta al 18.
Mi addormentavo, esausto, dopo aver lottato contro visioni di morte dei
miei genitori che dormivano un metro più in là, guardando la statuetta
della Madonna di Caravaggio, appena illuminata da un lumicino che stava
sopra la mia testa e, così, dope tante preghiere, avveniva il fenomeno
della dissolvenza.
Passavo dalle bare, con dentro mamma e papà, alle mucche dello zio Cantun,
alla loro lingua ruvida che mi leccava il tascapane, agli alberi di
ciliegie selvatiche, ai funghi sotto i cespugli di faggio, agli amici con
la pistola spruzza acqua, ai miei cuginetti con un pezzo di pane duro in
mano, alla polenta di granoturco e a quella di castagna, alle gonne lunghe
e nere della nonna e alle foglioline di pioppo che vibravano gioiose,
creando una leggera sensazione di movimento dentro ad un cielo che si
perdeva in Dio.
Poi, la mattina dopo, con una penna cancellavo un giorno dal calendario e
scrivevo a lato quanti ne rimanevano alla fine della scuola, perché,
proprio alla fine della scuola, sarei ritornato a Vico, dallo zio Cantun,
dalle sue mucche, dai miei amici e, ancora una volta, sarei rimasto
incantato, da dietro le finestre, a giore per le foglioline di pioppo che
si perdevano in Dio.
Quanto tempo è passato da allora e quante estati!
Tutto è cambiato in peggio!
In paese, di mucche ce ne saranno sì e no ... sette o otto.
I prati, che prima erano puliti e ben rasati dalle loro labbra, ora sono
pieni di sterpi e di pungiglioni e l'erba alta nasconde strade e confini.
Sulle piante le ciliege marciscono, perché nessuno più le raccoglie e nei
boschi non si riescono a trovare nemmeno quei benedetti, gloriosi sentieri
che ci portavano sempre in vista del campanile della chiesa.
Quasi tutti i vecchi hanno lasciato vuota la sedia dell'osteria e si sono
coricati per sempre.
D'estate il paese viene animato da coloro che sono andati a cercare
fortuna in città e che , prima, costituivano la tribù più incantevole
dell'universo: esseri ibridi, tra un cardigan di Armani e una dentiera
rifatta male, che parlano mezzo italiano e mezzo dialetto, con profumi
cittadini che offendono l'aria di quel antico paradiso dove tutto si
muoveva in perfetta sintonia con la natura.
I figli dei figli dei vecchi, coricati per sempre, durante le vacanze
arrivano su con la voglia di una dimensione diversa accesa al minimo e,
dopo due giorni, li vedi camminare disorientati come zombi con la noia che
gli ammoscia persino i capelli.
Sulla scala che porta al cimitero, stecchetti di ghiaccioli, pacchetti di
sigarette, vuoti e scalcagnati, residui di carta stampata, palloncini
sforacchiati, cannucce e lattine fanno da irrispettosa cornice all'ultima
discesa, prima della cosiddetta "pace eterna".
Man mano che salgo, la temperatura esterna scende e sono costretto a
chiudere il finestrino.
Manca poco!
Dopo quella curva lo vedrò il mio Vico e, come da bambino, riproverò un
tuffo di emozione.
Allora, era il povero Marconi che guidava la corriera.
Adesso ci sono io che accarezzo la strada con tutto l'amore che posso.
Eccolo! E' Vico ... il campanile, la chiesa, il cimitero, le case rimesse
tutte a nuovo.
Sul rettilineo di Campolungo ci sta, perfettamente, la terza ... sulla
curva del Casaretto, a malapena, la seconda ... che mantengo fino a quella
di Funtanin ... poi ecco la casa della Rosi, il cartello con su scritto
Vicosoprano, la casa del Tanan, gli orribili box di lamiera, prefabbricati
e mio papà che sta aspettando sulla strada.
-Ciao papà, come stai?-
-E ... insomma!-
Non abbiamo valige, non abbiamo borse; non ci fermeremo più di due o tre
ore.
Saliamo i gradini che portano alla casa paterna, ma ogni tanto ci
fermiamo, perché ci manca il fiato e ci gira un po' la testa.
Papà è davanti che stabilisce il passo e noi dietro, per proteggerlo nel
caso incespichi.
Papà è anziano e ha la pressione alta; deve stare attento a non fare
sforzi eccessivi.
Anche se quella è la sua aria natale, non c'è più abituato.
Passiamo davanti alla stalla da dove, ogni mattina, uscivano il Biondo, il
Baciarin, il Rosso, il Bardo, il Moro ( che bella mucca che era!), il
Brunetto e che, da anni, è sprangata.
Facciamo gli ultimi scalini e, adesso, siamo nell'aia. Il portico è pieno
zeppo di legna tagliata.
La porta verde è socchiusa.
Dentro di me sento un'agitazione incontrollabile!
Quando mi trovo in quelle circostanze, mi succede sempre così.
La scaletta di legno cigola sotto i nostri piedi, mentre saliamo verso le
camere da letto.
-Ciao zio!-
Lo zio Cantun è diventato magro e la sua faccia ha il colorito della
terra.
E' vestito bene! ... Non l'ho mai visto vestito così bene!
Gli hanno messo la solita corona tra le mani e i quattro ceri, intorno al
letto, sono l'unico ca-lore di quella stanza.
Mio papà bacia suo fratello e gli accarezza gli occhi chiusi, poi esce.
Io ... non so cosa c'ho addosso! Un misto di rabbia, di delusione,
d'indifferenza e di dolore profondo.
Io ... sto male! E per difendermi, mi faccio tornare alla mente quando lo
zio Cantun mi picchiava, mi prendeva per le orecchie e mi alzava di peso,
quando ha dato uno schiaffo allo zio Silvio, quando ci metteva il grano a
seccare in casa di nascosto, quando faceva le preferenze a favore dei miei
cuginetti.
Cerco di rendermelo nemico, antipatico, odioso, ma ... le lacrime scendono
da sole, a valanga e, silenziose, m'inondano il viso e con più cerco di
frenarle, con più mi sgorgano a getto, provocandomi singhiozzi a
ripetizione, perché con lui se ne va il più importante testimone della mia
infanzia, perché su quel letto ci sono gli anni più belli della mia vita,
perché lui, solo lui, mi voleva a Vico durante l'estate, perché, a parte
gli schiaffi, mi affidava le sue mucche, m'insegnava a tagliare il fieno,
il grano, a spaccare la legna e, nella sua proverbiale avarizia, riusciva
anche a darmi qualche moneta di mancia!
Che senso avrà, d'ora in poi, ritornare a Vico e non vederlo più zoppicare
dall'aia all'orto?
Chi andrà a rinvangare le vecchie storie ... sempre quelle ... e chi le
racconterà ancora con la sua stupenda enfasi, tra un grappino e un pezzo
di lagna nella stufa?
Chi??? Che non c'è più nessuno e siamo rimasti solo noi, rincoglioniti dal
progresso!
Arrivano quelli che lo devono chiudere nella sua cassa, per sempre.
-Ciao zio! Me ne vado. Non ti voglio vedere sparire lì dentro ... io odio
lo zinco, le casse da morto, le corone di fiori e quelle del rosario! Odio
la morte! E' una vita che mi perseguita! Non ne posso più! Voglio vivere!-
Poi tutto il resto è routine.
Mi offro di essere tra i quattro che lo portano via a spalla.
La gente è dietro di noi.
I primi dicono il rosario e, man mano che il corteo si allunga, le Ave
Maria sono soltanto una eco.
Si parla di tutto ... è la solita buona occasione per incontrarsi, far
prendere aria alla casa per qualche ora, guardare se qualche tubo
dell'acqua non sia scoppiato, se le crepe di assestamento sono ferme o
sono aumentate, salutare i parenti, fare una visita al cimitero.
In chiesa è la solita messa, i soliti vecchi che piangono, i soliti nasi
soffiati, i soliti fazzoletti che rientrano nelle maniche dei golf.
Poi le campane, quelle maledette campane che, già da piccolo, mi facevano
scappare nei bo-schi, perchè annunciavano la morte, accompagnano lo zio
nell'ultima passeggiatina, prima del ... ricordo.
Essendo a maggio, sulla scala, per fortuna, non ci sono ancora stecchetti
di ghiacciolo, can-nucce o lattine, ma qualche fiore che,
inspiegabilmente, esce dalle crepe del cemento.
Eccoci dentro al cimitero.
Un ultimo saluto, un bacio al Crocefisso inchiodato sopra la cassa ... ed
è tutto finito.
In questo albergo di alta montagna c'è metà della mia vita!
Saluto lo zio Angelo ... povero zio Angelo ... come gli volevo bene!
Saluto lo zio Silvio, la nonna Lina, lo zio Giovanni, il Vito ... povero
Vito ... mio caro amico, morto così giovane per una stupida cura di
antibiotici a cui era allergico ... Pedrin, il Romeo, Aldo Ricci, Bacco e
un'infinità di ceramiche sorridenti e, per ultimo, vado dalla mia mamma.
Anche lei sorride!
La guardo, le mando un bel bacione e ... -Ciao mammina, aiutami ti prego!
Dove sei finita? Dicono che ci guardate da lassù e che ci proteggete, ma
... io non ti sento più vicino a me da una vita! Fammi un segno! ... Fatti
riconoscere in qualche modo! ... Aiutami ti prego! Io non ce la faccio più
... non so più cosa devo fare ... continuo a cercare, ma non trovo ... !-
Lei continua a sorridermi e ... basta.
Allora cerco papà e risaliamo tutti in macchina.
Senza dirci niente, ci avviamo a ritornare verso la pianura, dove la
primavera ha già premiato gli occhi di chi la festeggia ancora.
torna su
LOOK
Questa notte le stelle ci hanno colto di sorpresa.
Il cielo sembrava a portata di mano! La nebbia, grigio mantello spione, se
l’è data a gambe e finalmente gli occhi, abituati da giorni a guardare in
basso, hanno potuto alzare lo sguardo verso l’infinito e perdersi nel
buio.
Venere, vanitosa, primeggiava su tutte e sembrava volerci chiamare per
farci gustare la sua impeccabile esibizione.
Poi le imposte hanno chiuso fuori il cielo e sono tornate a proteggere,
come sempre, gli ultimi sbadigli prima di sognare.
Questa mattina sembrava che qualcuno si fosse dato la briga di uniformare
i colori della terra: bianco il pino, bianca la magnolia, bianco il pruno,
il susino, la cuccia del Fido, l’asfalto, le antenne, i tetti ... tutto
bianco!
E che freddo!
La prima brinata: i ciuffi degli ultimi finocchi erano abbacchiati quanto
mai, incurvati dal peso di quella farina gelata.
Anche le foglie del caco, che ieri erano quasi tutte a servizio dei rami,
ora facevano tappeto sopra quel che rimane di un prato erboso di fine
autunno.
Puntualissimo, alle otto meno cinque, Domenico, il muratore, stava già
cominciando ad impastare cemento.
Per tutta la settimana lavora in un’impresa edile e al sabato, per
arrotondare, fa dei piccoli lavori presso i privati.
Ho aperto una fessura di finestra del bagno e l’ho salutato. Poi, tè coi
biscotti, una pillola di Prazene, una sbarbata veloce, due gocce di
collirio negli occhi e via, in direzione di Milano, assieme a Laura.
Da parecchi giorni aspettavo l’occasione per fare un giro nei negozi;
l’intenzione era quella di trovare qualcosa da mettermi che non fosse i
soliti Jeans con maglione.
Quando si cerca di dare un nuovo corso alla propria vita, una delle prime
cose che si tende a cambiare è l’aspetto esteriore: capelli, barba, baffi,
stile nel vestire.
Forse perchè è più facile trasformarsi dal di fuori.
Comunque il cosiddetto “look” per me è sempre stato un problema.
Io, di solito, mi vesto in base ai miei stati d’animo e siccome questi
ultimi sono parecchio saltilenanti, non ho mai una coerenza di stile che
mi contraddistingua.
Ma è proprio indispensabile essere coerenti? Sempre? Per forza?
In una società come questa poi, in cui l’apparire è molto spesso ...
sinonimo di essere, mi sento tremendamente a disagio quando mi trovo nel
posto giusto col vestito sbagliato.
-Tutte balle!- direbbe qualcuno, - Che conta è la sostanza! - e sono
d’accordo, ma se uno, scioccamente ... se ne fa un problema anche le balle
hanno la loro importanza.
Sarà che mi porto dietro retaggi negativi dell’età scolare dove accusavo
violenti sensi d’inferiorità per il solo fatto d’indossare indumenti che
erano già stati usati da qualcun altro, sarà che alla mia veneranda età
non sono ancora ben definito ... sta di fatto che quando devo scegliere
dei capi d’abbigliamento ... vado nella cacca.
Li guardo lì tutti in fila e mi sembra che potrei star bene con almeno il
settanta per cento di essi e che ognuno di essi mi rappresenti, in qualche
modo, poi quando torno a casa, regolarmente li giudico sbagliati o
ridicoli.
Per questo mi ci vuole Laura, che ha buon gusto e riesce a ridimensionare,
lì al momento, il più stupido dei problemi che poi, sotto sotto, tanto
stupido non è, visto che si tratta di voler piacere agli altri e non
sapere cosa piace a te.
Montoni, gilets, giacche a vento, montgomery, cardigans, pullovers,
camicie, pantaloni, giubbini, cappotti, mutande, cappelli ... Dio ma come
si fa a dire che è divertente fare shopping?
Eppure la gente comperava felice e sorridente e tutti sapevano cosa
scegliere!
Io mi sentivo un handicappato.
Felpe, tute, jeans: un carnevale di colori che offendeva i miei occhi e
che mi faceva venir voglia di scappare e tornarmene in campagna, con le
scarpe sulla brina, a parlare con Domenico, il muratore.
Rinnovare, cambiarsi, pulire ... che fatica!
Chi ha paura di sbagliare non vorrebbe mai decidere.
Laura mi passava, intanto, la roba da provare nel camerino.
Giù i pantaloni, su i pantaloni, via le scarpe, rimetti su le scarpe e, ad
ogni operazione, una bella scompigliata di capelli, quei pochi capelli che
mi son rimasti che per farlo stare a posto ... Dio che supplizio!
-Questo abbinamento ti sta bene ... e anche quest’altro - Laura, paziente,
insisteva, ma a me non piaceva niente di quello che provavo.
Ad un certo punto, ho visto un impermeabilaccio, grosso grosso, enorme
che, istintivamente, mi ha incuriosito e gliel’ho indicato.
Lo provo e, subito, mi sento a mio agio. Per completare l’opera mi metto
in testa un cappellaccio all’Indiana Jones e mi guardo nello specchio: mi
piaccio moltissimo!
Incredibile!
Era come se avessi preso del bicarbonato dopo una grande abbuffata: un
senso di liberazione quasi commovente.
Come ci complichiamo la vita per niente!
Abbiamo paura del giudizio di tutti persino per come ci vestiamo.
E pensare che sarebbe così semplice:scegliere secondo l’istinto e
fregarsene del mondo intero.
Ma ci vuole maturità e buon senso, tutte qualità che, al momento, non mi
appartengono.
Mezzogiorno. Bisogna correre a scuola: Rossella sta per uscire.
Mentre tornavamo, mi sono accorto che il sole aveva riportato i colori al
loro stato originale ed il fiato non “fumava” più.
Rossella ci ha raccontato, effervescente come al solito, tutte le novità
del mattino, ma io ero altrove col pensiero.
Pensavo al mio “look”.
Non ho neppure finito di mangiare.
-Voglio un po’ provare ad abbinare qualcosa di quello che ho comprato, per
... vedere di nascosto l’effetto che fa! Vengo anch’io ... no tu no!-
Laura mi ha guardato come se fossi scemo ed io, sorridendo, mi sono
defilato in camera da letto.
Pantaloni di fustagno color terra, camicia damascata, cravatta tinta unita
sull’arancione, giacca color mattone e, dulcis in fundo,
l’impermeabilaccio imbottito, bello spallato, col cappellaccio all’Indiana
Jones.
Pur con gli occhi un po’ gonfi per la congiuntivite cronica, quella che mi
rimandava lo specchio era l’immagine di un tipo ... giusto: alto,
spallato, sguardo indagatore, occhietti, anzi, occhioni un po’ da furbo,
lineamenti marcatamente maschili, sopracciglia folte e nere, bocca
carnosa.
-Sì, non c’è male! ... Elegante, casuale ... un po’ appariscente ...come
piace a me.
Chissà se mi diranno che sto bene? ... Quasi, quasi, faccio un test ... mi
faccio un girettino in paese, quattro passi a piedi ... ci vuole un po’ di
movimento, non cammino mai! Vado al bar, mi bevo un bel caffè ... ma sì,
sperimentiamo.... anche se non dovrebbe importarmi niente di quello che
dicono o pensano gli altri .. e se qualcuno avesse qualcosa da dire,
troverà il sorriso di colui che è al di sopra di ogni valutazione di tipo
umano!-
E, così, sono uscito.
Neanche a farlo apposta, stava passando, proprio in quel momento, il Pio,
un signore molto simpatico che abita nella mia stessa via.
-Ciao Pio!-
-Ciao Renato! ... Te me paret un veget cun chel capel lì ...-
-Come stai Pio? - ho risposto, facendo finta di non avere sentito le sue
parole ... spiritose, mentre dentro di me l’entusiasmo stava precipitando
velocemente.
-Fa frech, vu a cuertà l’insalata, perchè stanott brina ammò ... uè, te me
paret el Marlon Brando vestì inscì ...-
-Ciao Pio! Ci vediamo ... vado a vermi un caffè ...-
Chissà se per lui, Marlon Brando costituiva una similitudine positiva?
Boh!
Ma, intanto, il fastidio dentro cresceva e il sorriso al di sopra delle
parti assomigliava, sempre più, ad un vago ricordo di una vecchia
fotografia ingiallita.
-Signor Renato! Può venire un attimo qui?-
Era la voce di Domenico, il muratore.
Sono tornato sui miei passi e, girato l’angolo, me lo sono trovato davanti
che sollevava un cordolo pesantissimo per portarlo vicino al tombino.
-Lo metto a pari del tombino o degli altri cordoli?-
-Ma ... io direi ... - e, a questo punto, ho dovuto fare i conti col suo
sguardo che mi squadrava da capo a piedi, senza peraltro far trapelare il
benchè minimo indizio di giudizio.
-Ma ... io direi ...-
Cavolo! Mi sentivo a disagio e non riuscivo a dargli una risposta. Non
perchè non sapessi cosa dire, ma perchè, all’improvviso, mi stavo mettendo
in discussione e, più mi mettevo in discussione, più mi sentivo ridicolo.
Davanti a me, Domenico: 1.65 ... magro, baffetti umidi di freddo, camicia
grigia, sporca di cemento, jeans malconci, scarpe fangose, quindicimila
lire all’ora per arrotondare, mani screpolate e il pensiero per la sua
bambina che lo aspetta alle cinque, orario in cui la moglie va a lavorare
in un ristorante.
Domenico, un uomo semplice, lavoratore e SERENO.
Davanti a lui, Renato: 1,85 ... spallato, musicista compositore, pantaloni
di fustagno color terra, giacca mattone, impermeabile imbottito e uno
strano cappello sulle dieci e venti, settecentomila lire spese in due ore
... Indiana Jones ... assolutamente INSODDISFATTO.
-Lo metterei a pari del tombino.-
-Ah! Va bene!- e il suo sguardo si è rimpadronito del cemento.
Ho girato i tacchi e, mentre ... scappavo via, ho provato ammirazione per
quel dignitosissimo uomo dalle piccole ambizioni ... facili da realizzare.
Chi si propone dei piccoli obiettivi, difficilmente non li raggiunge e, di
conseguenza, ha più motivi per essere sereno, ma chi aspira al primato, al
liderismo, alla fama ... chi vuole conquistare la cima ... beh, allora
deve fare i conti con una strada lunga, disagevole, tortuosa e in salita,
che per arrivarci ... ammesso di farcela, ci vuole l’ira di Dio di tutto.
Ma non potevo nascere senza manie di grandezza?
Quando incontro pagine di semplicità così evidenti, quando mi trovo dentro
a piccole storie che, proprio per la loro straordinaria semplicità,
diventano così grandi, mi chiedo se non ho sbagliato tutto.
Sapersi accontentare ...
Ma perchè è così difficile, per me, il sapermi accontentare?
Mi sono fatto milioni di ragionamenti a proposito di questi due
verbi:SAPERSI ACCONTENTARE e, in teoria, sono d’accordo sul concetto ...
per cinque minuti, ma poi qualcosa scatta dal fondo e spinge verso l’alto
finoa farmi sentire fame, sete, prurito, freddo, caldo, e una smania
incredibile mi prende. Tutto va in subbuglio e la solita prassi di
allontanamento dalle piccole cose ha il sopravvento.
Ricomincia, così, la corsa con il tempo, con i sentimenti, i saluti, con
le telefonate, con il mondo sino a che la mia faccia non va a sbattere,
un’altra volta, contro gli occhi di un Domenico qualsiasi che, guardandomi
dal basso verso l’alto con naturalezza, mi fa girare i tacchi e rimettere
tutto in discussione.
-Cacchio Renato! Come te la tiri ... Stai bene così!-
-Ti piaccio ... Anita?-
-Cavoli! Sei proprio giusto!-
Arieccolo il guizzo che dà all’imbecille la conferma altrui!
Ora ... sì che le mie gambe andavano spedite verso il bar!
Il portamento era fiero ed eretto ... gli occhietti da furbo si guardavano
intorno con aria di sufficienza e il sorriso, quello che doveva essere al
di sopra di tutto ... se ne importava assai!
Anita, diciassette anni, cappotto nero e minigonna!
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I CIOCCOLATINI
I rami senza le foglie non sono belli come una donna senza vestiti, eppure
hanno un loro fascino: s’identificano di più.
I prati spelacchiati non mi fanno certo venire voglia di correre, anzi, mi
ricordano le galline quando cambiano le penne; eppure mi fanno l’effetto
di un ansiolitico ... naturale.
E’ tutto fermo ... non ci sono cacciatori, non ci sono fungaioli ... il
bosco dorme.
Le vipere, le lucertole, i rospi, le formiche, le api ... sono tutti a
riposare.
A loro sono bastati sette mesi di lavoro, di gioco, di bellezza ... a noi
non bastano ventiquattr’ore al giorno.
Potessimo imparare qualche cosa dal bosco!
Potessimo imparare qualche cosa dalle vipere, dalle lucertole, dai rospi,
dalle formiche, dalle api ...!
Non ci fermiamo mai! Neanche quando dormiamo.
Piuttosto che niente, il nostro subcosciente si affaccia e crea,
simbolicamente, paesaggi incantati, luoghi terrificanti, avventure
inenarrabili o ci riporta davanti persone che non ci sono più, con le
quali parlare, litigare, ridere, piangere.
O, ancora, ci fa arrivare dove abbiamo sempre sognato di essere o cadere
dentro burroni profondi, ci fa vincere oscar o prendere botte, e poi, al
mattino, quando riapriamo gli occhi, a seconda di com’è andata, ci
sentiamo riposati e ottimisti, oppure stanchi come se avessimo lavorato
tutta la notte e l’idea di affrontare un nuovo giorno ci coglie già
spossati.
Che fortuna ha il bosco: è senza inconscio!
Il fatto di non fermarci mai, di avere tutta questa fretta è il
manifestarsi patologico di quest’epoca di ... progresso che per questo
tipo di sfaccettatura diventa, secondo me ...regresso.
Quando c’imbattiamo in una coda per strada, le dita cominciano a
tamburellare sul volante, la bocca ad imprecare, la schiena ad inarcuarsi.
Poi c’è il compenso di una sigaretta, di due, di un po’ di musica, quindi
... la nevrastenia, l’isterismo, il clacsonismo acuto.
Chissà perché, anche se siamo in anticipo siamo sempre in ritardo e
abbiamo fretta di arrivare.
E’ il fermarci che ci terrorizza!
Anche il morto che c’è per terra sull’asfalto rosso, mezzo accartocciato,
residuo di uomo, doveva arrivare!
Aveva le sue ambizioni, i suoi progetti e una fretta del diavolo.
Ed è arrivato!
E’ arrivato prima di arrivare ... senza volerlo, senza accorgersene. Forse
è la prima volta che è riuscito ad essere in anticipo.
Ci pensa il mistero della vita.
Il bigliettino, con l’insindacabile giudizio, ci coglie di sorpresa:-
Uehila! ... Come va? ... E’ ora! ... Andiamo!-
Dove?
E chi lo sa, che non sappiamo niente di niente!
Il colmo è che, dieci metri dopo il morto accartocciato sull’asfalto
rosso, residuo di uomo, ci siamo già dimenticati di tutto e il piede
schiaccia sull’acceleratore più forte di prima, perché, naturalmente,
abbiamo premura e siamo in ritardo.
-Tanto a me non succede! ... Sarà stato imprudente ... avrà bevuto, oppure
era un drogato!-
Ma sono sicuro che anche lui la pensasse così.
Ormai, viviamo di cioccolatini!
Il sistema lo ha capito da un pezzo, anzi ... ci ha abituato lui!
E ce ne offre, quotidianamente, di tutti i colori, sapori, dimensioni e
sottoespressioni e noi ... mangiamo, mangiamo, mangiamo, senza neppure
chiederci, ormai, se, prima o poi, ci faranno male.
Il tempo di chiederci, di ragionare, valutare, pensare non c’è, o forse,
non lo vogliamo trovare.
Su tutti i manuali in cui si stilano strategie di successo, la parola
d’ordine è: -Convertire il pensiero in azione!-
Potrebbe andare bene se prima si fosse pensato, ma non è quasi mai così.
Pensare è un lusso negativo che affina la popolazione e questo sarebbe un
grosso guaio per il sistema.
Come farebbe a far ... passare, se no, qualsiasi scandalo di natura
politica, sociale, economica?
E allora ecco che, mentre siamo intenti a mangiare cioccolatini, ci
passano davanti agli occhi catastrofi, genocidi, stragi, suicidi, furti,
soprusi, stupri, violenze, terremoti che ci sorprendono appena tra un
boccone e l’altro e che già, durante la digestione, se ne vanno col cibo.
Ma qualcosa entra anche in circolo!
Non tutto va in m....!
E questo “qualcosa” che entra in circolo e s’insedia, a nostra insaputa,
nelle cellule cerebrali, comincia a fare il suo effetto: alimenta, pian
piano, quella zona in cui abitano i sensi della paura, della stanchezza e
dello smarrimento.
Sulle prime, non ce ne accorgiamo, perché pur di sopravvivere, pur di non
fermarci a pensare e tentare di selezionare, preferiamo mangiare un
cioccolatino in più.
Come le mosche contro il DDT, abbiamo sviluppato anticorpi che ci
forniscono l’indifferenza contro tutto, ma quello strano malessere che,
all’improvviso, si manifesta e che, giorno per giorno, s’impossessa della
nostra identità, ad un certo punto, non gradisce nemmeno il cioccolatino
più sfizioso e ... allora, sono casini! C’è chi si ferma e chi, invece,
chiede al sistema un’evoluzione immediata dei cioccolatini e il sistema
non aspetta altro!
Abbiamo davanti due strade: inforcare un paio di occhiali selettivi,
rimboccarci le maniche e decidere della nostra vita con la nostra testa o
divenire uomini di un sistema che decide per noi.
La prima strada è, senz’altro, la più difficile, la seconda accontenta chi
ci vuole ... persi.
A noi la scelta.
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NUDI DIVERSAMENTE
NUDI
Mentre un languore invadente mi accartoccia lo stomaco, ti sento camminare
sopra la mia testa e t'immagino dove sei, intenta a preparare la cena.
I giorni passano senza che ce ne rendiamo conto e il lusso di sapere cosa
sarà non è proprietà di nessuno.
Ci resta un passato vissuto così male da incazzarsi solo al pensiero ed un
oggi che fila via senza una storia.
Per questo vorrei togliermi i pantaloni e assistere, dopo tanto tempo, per
una volta ancora, al trionfo di questo mio "cervello in seconda", così
frastornato, così intimidito, così nostalgico, così arso ... così in cerca
di umidità profumata.
Rinuncerei al cibo, rinuncerei ai tasti del pianoforte.
Vorrei solo sentire calore.
La mia pelle ha bisogno di pelle, le mie spalle di un dito che le esplori,
sfiorandole ... i miei occhi di chiudersi e non vedere altro al di fuori
di ciò che immaginano ... le mie mani, di frugare dolcemente tra le
piccole asperità che i brividi lasciano sulla pelle.
Vorrei tanto che i miei due cervelli andassero d'accordo coi tuoi due.
Vorrei tanto tentare di escludere le ruggini, le ambivalenze e la routine.
Vorrei che questo giorno senza storia, improvvisamente, si trovasse un
nome: "NOI DIVERSI".
Vorrei che tu scendessi qui da me, anche tu senza pantaloni.
Vorrei che tu dicessi:-Non ho voglia di fare da mangiare, ho voglia di
te!-
Io guarderei la tua camicetta a penzoloni, coi primi tre bottoni slacciati
e quel timido inizio di collina ... poi cercherei d'intravedere il muschio
tra i reticolati di una ridottissima convenienza e, poi, lascerei cadere
tutto il mondo confuso che ho nella testa dentro al cestino della carta
straccia per regalarti istinto, sconvenienza, pudore e dolcezza.
Se tu solo volessi, ti farei conoscere tutti i sentieri della mia anima
... mi toglierei anche la pelle per essere ancora più nudo vicino a te e
sarebbe l'inizio della diversità.
Se tu solo lo volessi, butteresti nello stesso cestino i retaggi di tutte
le tue paure, la reticenza, l'abitudine ai giorni senza storia ... ti
lasceresti smascherare e finiresti, anche tu, per toglierti la pelle, per
essere più nuda vicino a me.
Sarebbe un abbraccio di nudità vera.
Sarebbe uno scambio di anime.
Sarebbe ... FINIRLA ... con la paura di manifestarsi.
Sarebbe la storia di un giorno diverso.
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LA PIU’ STRAORDINARIA DELLE AVVENTURE
Mettersi di fronte ad un giorno, farlo penetrare fino in fondo ai polmoni,
senza preoccuparsi di ciò che sarà domani e riuscire, per quel giorno, a
dimenticarsi di ieri.
Stupirsi di quanto sia possibile sentirsi leggeri decidendo che
ventiquattr'ore possano essere un'irripetibile cornice per una piccola o
grande storia a sè.
Rispondere alle telefonate con un sorriso che si senta anche dall'altra
parte, col meglio della voce, col respiro regolare e prendersi il tempo
per pensare a quel che si dice.
Gioire di un buon imprevisto e goderlo fino in fondo, senza curarsi della
fretta ... fosse solo un conoscente che non vedi da anni.
Masticare con calma il "pane quotidiano", parlando con chi ti sta accanto
delle cose di quel giorno.
Farsi una lunga doccia calda e sensuale godendo del piacere di
accarezzarsi la pelle scivolosa.
Ascoltare la voce del cuore che sa sempre quello che vuole.
Mettere le redini alla paura e non preoccuparsi, più di quel tanto, della
precarietà.
Guardarsi allo specchio ed accettare sul tuo corpo i sentieri, le colline
e i deserti che la vita vi ha disegnato.
Fermarsi a guardare un pezzettino di mondo catturandovi l'infinito bello
che, sempre, ha da regalare.
Lavorare facendo vibrare tutti i muscoli del cervello e del corpo con la
volontà di dare il meglio di se stessi.
Sorridere se non si è riusciti a fare tutto e gratificarsi per quello che
si è riusciti a fare.
Non rimandare mai una carezza, un bacio o un gesto d'amore per mancanza di
tempo, dando per scontato che l'altro, comunque, possa aspettare.
Ciondolare pigri in uno stato di assenza temporanea, per dare respiro ai
pensieri.
Affrontare il furioso temporale del progresso, aprendo un ombrello per
proteggere il nostro habitat e coltivare il rispetto per noi stessi.
Avere il coraggio di fare scelte evitando il tranello dell'attesa di
qualcosa o qualcuno che possano decidere per noi.
Scoprire nei "no" un modo diverso per arrivare ad un "sì".
Essere fieri della nostra unicità in un mare di facce tutte diverse ed
accettare i propri limiti, "unici".
Accorgersi che esistono anche gli altri.
Arrivare a sera passeggiando verso il sonno, con la certezza di avere
contribuito alla costruzione di una bellissima e irripetibile storia di
ventiquattro ore è davvero uno stato di grazia e la più straordinaria
delle avventure.
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