Viva Verdi

Mino Reitano Il Maestro Mario Panzeri Tony Dallara Alberto Salerno Franco Cassano Popi Minellono
"Viva Verdi" è il bimestrale della S.I.A.E o almeno lo era prima del nuovo commissariamento, avvenuto a febbraio del 2011.
Era molto bello poter scrivere su di esso dei miei colleghi. Tutti gli aspetti dello spettacolo venivano raccontati dai vari giornalisti e a me toccava ogni tanto occuparmi degli autori, fossero essi di parole o compositori di musica.
Ora siamo tutti in attesa che venga presa una decisione sul suo futuro o sulla sua fine.
Peccato!
Viva Verdi era molto bello da un punto di vista grafico e ricchissimo di contenuti.
Chissà perché le cose belle devono sempre finire?!?

MINO REITANO, UN UOMO SPECIALE CHE CANTAVA LA VITA
 “Offro le mie sofferenze a Gesù e alla Madonna e sull’esempio di Maria neanch’io perdo la speranza.
Uno dei doni più belli che la vita mi ha dato è stato proprio quello della Famiglia: una moglie splendida e due figlie che mi sono sempre vicine e non mi lasciano mai.
Cos’altro avrei potuto pretendere di più? Ne approfitto anche per perdonare tutti. Io stesso chiedo perdono nel caso abbia danneggiato qualcuno, anche se, nel limite delle mie possibilità, ho sempre cercato di aiutare e comprendere tutti. Io ho un Angelo speciale: sono cresciuto praticamente quasi senza conoscere mia madre, però Lei dal cielo ha vegliato su di me. E’ mia Madre il mio Angelo custode e poi c’è l’altra madre: la Madonna. PregateLa incessantemente, supplicateLa, vogliateLe bene. Vedrete che anche nei momenti di difficoltà non vi sentirete mai soli”.
Nel rumore di tutti i giorni questa preghiera di Mino Reitano fa calare improvvisamente un silenzio rosa tramonto su chi come me lo ha conosciuto e frequentato in alcune occasioni, su chi come me si lascia attrarre, più facilmente dall’essere umano che dall’artista. E d’incanto tacciono le sue belle melodie, i suoi acuti, la sua voglia di aggiungere un’altra canzone per non finire mai di cantare e rivedo l’uomo. Un uomo
dolce, tenero e sincero, sempre pronto a darti una mano, sempre disponibile ad aiutare gli altri. Mi sorprende che possa essere rimasto famoso fino all’ultimo, e miracolosamente intatto, perché, di solito,
chi si dedica alla musica in quel modo così totale, si lascia indietro matrimoni, figli e disavventure di ogni tipo, facendoci spesso chiedere se ne valesse la pena. Il cosmo dell’arte è quasi totalmente frequentato
dagli sponsor ed il loro agire, inquinato dal senso degli affari ad ogni costo, fa le sue vittime anche nel mondo della musica e dello spettacolo. E’ stato così in passato ma lo è sempre più spesso nel presente.
Non tiene conto del fatto che uno sia una brava persona o un disonesto: non seguire certe regole porta direttamente al dimenticatoio. Con Mino, invece no, non è successo così!
Passo dopo passo, seguendo quella sua curiosità di sperimentarsi ora come cantante, ora come attore, scrittore, compositore, egli è riuscito a rimanere intatto come ai nastri di partenza e tutta la gente semplice, quella che non ha un bisogno imprescindibile della cassa in quattro, ha continuato a seguirlo e ad amarlo. Dentro di sé ha sempre camminato quel giovane con la valigia piena di passione, una chitarra e cento illusioni, che partì tanti anni fa dalla Calabria. Mi chiedo come possa aver fatto! Lui era un melodista puro, di quelli che non si lasciano irretire dall’ingegneria elettronica per fare un disco che ha solo un riff strumentale ripetuto all’infinito e, magari, già preimpostato nella tastiera o nel computer. Mino scriveva e cantava canzoni per gente come lui. Adorava i suoi fan e non “controllava” la loro età. Chi è popolare in questo modo “istintivo”, senza un’intelligenza dee-jaycreativa, normalmente in Italia finisce per essere fastidioso, vecchio, al limite del ridicolo: o vai a Sanremo e allora ti trasmettono per convenienza di attualità o rischi di essere classificato “non radiofonico”. Malgrado queste difficoltà, le diffidenze dei discografici, l’ironia gratuita di alcuni addetti ai lavori, non si è mai scoraggiato e ha continuato per la sua strada. Poco importava se il critico di turno non gli regalava parole affettuose. Lui aveva certezze ben più importanti dentro di sé: la famiglia, la fede e quei milioni di persone invecchiate con le sue canzoni. Molti sono i cantanti, i melodisti puri che si sono ritirati dalle vetrine importanti, perché inaccettati, perché considerati fuori moda, vedi i casi tristissimi di Bindi, Endrigo, ecc. Forse anche Mino Reitano, durante i soprassalti elettronici e il vociare insipido e senza contenuti dei vari intrattenitori di tendenza, ha corso questo rischio, ma sostenuto da valori molto più importanti e l’affetto di un pubblico vastissimo, egli ha saputo mediare, con l’umiltà di chi ha dovuto aguzzare l’ingegno già in tenera età,per necessità di sopravvivenza, le difficoltà che la vita inesorabilmente ti prepara lungo la strada. Della sua vita artistica si è detto tutto e non sto ad aggiungere altro. E poi non c’è come morire per fare resuscitare tutto il grande che sei. Per questo preferisco soffermarmi sull’uomo. Una volta lo chiamai per uno spettacolo di beneficenza, di quelli che per l’ospite non è previsto alcun gettone di presenza e, subito, mi disse sì. Erano anni che non ci vedevamo; temevo addirittura che non si ricordasse di me e invece venne puntuale alle prove e mi propose di cantare insieme a lui Una ragione di più. Gli risposi che per me era un grande onore, purché mi lasciasse interpretare le strofe, che meglio si adattavano alla mia estensione vocale. Quando finimmo di provare mi disse:- Tu hai raccolto molto meno di quello che hai seminato; sei un bravo artista e se mai dovessero darmi un programma in Rai, sarai uno dei primi ospiti che chiamerò.- Mi parlò dei suoi progetti, delle nuove canzoni che aveva scritto e m’invitò anche a scriverne una per lui. La sera della manifestazione concordammo che avrebbe cantato tre o al massimo quattro brani, altrimenti avremmo sforato con l’orario, considerati i numerosi ospiti intervenuti. Feci tantissima fatica a convincerlo ad esibirsi per ultimo, perché sosteneva che il pubblico sarebbe stato ormai stanco ad una cert’ora. Gli dissi più volte che molti avevano comperato il biglietto proprio per lui e alla fine mi accontentò. Quando lo annunciai alla platea sentii un fragore d’applausi indescrivibile e Mino cantò per 45 minuti con il pubblico in piedi che urlava il suo nome. Quella sera mi accorsi di quanto la gente lo amasse e di quanto certi addetti ai lavori fossero lontani dalla realtà di tutti i giorni. Mino firmò autografi, abbracciò i colleghi intervenuti e mi ringraziò per averlo chiamato. Di lui ho questo bellissimo ricordo. Era un uomo davvero speciale che, con passione, cantava la vita.

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IL M° MARIO PANZERI
Lo vidi entrare in sala col sorriso di chi E’.
Quelle poche volte che l’avevo incontrato in Via Quintilliano, alla CGD, era sempre in compagnia di Daniele Pace o di Lorenzo Pilat e non avevo mai trovato il coraggio di avvicinarlo, ma quel giorno era lì solo per me, in camicia bianca e cravatta azzurra come sempre, puntuale come un orologio, anche se di orologi, in realtà non ne aveva mai posseduti.
Dovevamo finire una canzone per Enrico Beruschi ed ero emozionatissimo, perché Mario Panzeri era lì per lavorare solo con me. Caspita! Le sue canzoni le cantavo da sempre … “Come prima”, “Quanto è bella lei”, “La casetta in Canadà”, “Non ho l’età” … Avevo 16 anni quando vinse il festival …
Difficile raccontare cosa provai; avevo davanti a me una leggenda vivente della canzone italiana, un museo da visitare, un’enciclopedia da sfogliare, un giardino dove vedere ed annusare i fiori più belli.
Non mi fu possibile lavorare subito, perché la mia curiosità di sapere e di bere a quella fonte meravigliosa era più forte di qualsiasi canzone, composta da me in attesa di un suo testo.
Ed iniziai con una serie di domande che lo fecero sorridere ancora di più.
Era il tipico milanese schietto, aperto alle battute ed agli scherzi e, quando iniziò a rispondermi raccontando, mi trovai immerso in una favola straordinaria di altri tempi.
Rividi un periodo che non ho vissuto, ma che mi è stato raccontato mille volte da mio papà o dalla televisione. Come d’incanto, mi ritrovai a canticchiare “Il tamburo della Banda d’Affori”, mentre Mario, occhi furbi, ma trasparenti, mi spiegava come quella canzone gli avesse procurato non pochi problemi col regime.
Infatti la citazione “il tamburo principal della banda d’Affori che comanda cinquecentocinquanta pifferi” era stato vissuta, all’epoca, come un chiaro riferimento ironico al Duce e ai componenti della Camera dei Fasci.
Subito dopo saltarono fuori “Pippo non lo sa” e “Maramao perché sei morto”, altre due canzoni che gli causarono problemi con la censura.
Mario si divertiva come un matto a raccontarmi quegli aneddoti e ben presto emerse il bambino semplice che era in lui. Non si dava nessuna importanza, mentre parlava di questa o quell’altra composizione (tutti grandi successi) e, piano piano, trasudò nei nostri discorsi il senso del divertimento puro che si frequentava negli anni trenta, quaranta e cinquanta, quando si componeva una canzone, malgrado il regime, la guerra o la fame.
Ricordo che entrambi facemmo un raffronto con l’oggi e ne uscimmo immediatamente un po’ delusi.
-Oggi si lavora in funzione di …, allora le canzoni nascevano col fischio e se le ricordavi anche il giorno dopo … praticamente erano un successo.-
Ma tu Mario hai scritto anche “Vola colomba”?-
-No, quela lì l’era del Concina cul Cherubini (no, quella era di Concina-Cherubini)- rispose Mario, alternando parole in milanese con l’italiano.
-L’è stà il secund festival … (è stato il secondo festival), io avevo vinto l’anno precedente con “Grazie dei fior”, sempre cantada da la Pizzi (sempre cantata dalla Pizzi)-.
-E “Papaveri e papere”?-
-Seconda al secondo festival … è stata un grande successo in tutto il mondo! Pensa che in Cina la cantavano ai funerali, mentre si accompagnava il morto … e poi l’ha usata il Partito Comunista nella sua campagna elettorale proprio quell’anno lì. Avevano fatto i manifesti con su un bel campo di grano coi papaveri che simboleggiavano la Democrazia Cristiana e poi c’era una forbice nell’atto di tagliarli.
Quell’anno ho maturato un bel po’ di diritti d’autore … una cifra impensabile per quel periodo. L’avevo scritta con Testoni e Rastelli, che erano due” bravi”, nel vero senso della parola.-
-Ma è vero che coltivi orchidee?-
-Sì, non solo quelle … ma è una lunga storia … sono rimasto orfano giovanissimo e mi ha allevato mio zio Enrico, fratello di mio papà. Non ero proprio quello che si definisce uno scolaro “modello”, mentre i miei due fratelli erano un “modello” di diligensa….- e sorrise con quegli occhietti azzurro cielo.
-Questo mio zio abitava a Porta Volta e faceva il marmista. Aveva un pezzo di terreno in zona Musocco, vicino al cimitero, e lì c’era di tutto: il frutteto, l’orto con tanta verdura, il laghetto con i pesci e via … ci andavamo a fare anche il picnic… Mi piaceva quel posto lì, fuori dalla città … pensa che allora Musocco veniva considerato un paese dai milanesi.
Ecco … ho cominciato lì a far crescere i primi fiori; coltivavo dalie, papaveri, crisantemi che poi vendevo ai negozianti vicino al cimitero. Siccome mio zio non ne voleva sapere di canzonette e io ce le avevo dentro, lì belle e pronte, ho dovuto fargli vedere che guadagnavo qualcosa anch’io, se no mi dava del balordo, del “lazarun” (lazzarone) e mi diceva che ero il polo negativo della famiglia.
E’ arrivato persino a raccomandarmi presso il Fumagalli, il più grande giardiniere di Milano dicendogli.-el mè neud el voeur fa il musicista … insègneg a laurà- (mio nipote vuole fare il musicista, insegnagli a lavorare).
Io avevo una gran passione per i fiori sin da quand’ero bambino e così, impara l’arte e mettila da parte, con qualche intuizione mia, son riuscito a produrre delle dalie gigantesche e poi, pian piano, sono passato alle orchidee.-
Quel pomeriggio in sala d’incisione minacciava di essere maledettamente interessante. Mario era disponibilissimo e, man mano, si svelava al mio cuore in subbuglio come un uomo davvero semplice, prezioso, spontaneo, un universo di umanità; un artista vero di quelli che vivono l’ispirazione nel modo più naturale possibile.
-Ti è capitato mai di rincorrere il successo o di avere dei momenti di appannamento in questi 50 anni di musica da protagonista?-
-Mai! Quando mi chiedono cosa fai domani, ho sempre risposto: “quel che voeuri” (quel che voglio). Ogni giorno va vissuto al meglio per quello che senti di fare e se ho voglia di andare per funghi, ci vado! Oggi niente canzoni. Tanto vengono da sole! E se vegnen no, lasì lì (e se non vengono, lasciale lì). E’ vero che molti mi dicono che faccio quello che voglio, perché sono stato fortunato, ma io ci aggiungo che forse un po’ di bravura .. non ha guastato.
Sai quante volte mi hanno detto: “Maestro, ma lei fa solo canzonette banali, potrebbe metterci un po’ più d’impegno…. “ . E io … -fin che c’è un editore che me le pubblica e tanta gente che le canta … continuo così. Vuol dire che c’è bisogno anche di musica facile. Il giorno che non piaceranno più, “mi a fu per mi” (me le faccio per me) e me le canto da solo, mentre nasce una nuova orchidea! Quanta gente parla per il solo gusto di muovere la lingua!-
-Mario, ti capisco! Per un certo tipo di cultura è molto più facile attaccare la semplicità … ma lo sai che quando ho scritto “Donna Felicità” e i Nuovi Angeli sono andati ai primi posti della hit parade, qualcuno li ha definiti “l’Orietta Berti dei complessi”? Chiaramente in tono denigratorio.-
-Ghe l’han su con la Berti!!! (ce l’hanno con la Berti). Ma la Berti fa le scarpe a tante cantanti. E’ una intonata, con una bella voce e che non ti fa “tribulare” in sala d’incisione. E poi io sono affezionato alla Berti, alla Cinquetti e alla Caterina Caselli, tre grandi professioniste. Ci deve essere spazio per tutti.-
-E’ vero, Mario! Ma tu come componi le canzoni? Hai uno strumento preferito?-
-Suono il pianoforte con un dito … preferisco il fischio con il lapis!-
-Come il fischio con il lapis?-
-C’è mio figlio Giovanni ch’el dà foeura de matt … (che diventa matto).  Mi chiede spesso: -papà ma a te, le matite le vendono già corte?-
E’ che la matitina corta, il lapis cume se dis in milanes (come si dice in milanese), mi sta nella tasca della giacca e appena mi viene un’idea la scrivo su dei pezzetti di carta che ho sempre con me. Ogni tanto ne perdo qualcuno, ma non mi preoccupo … se mi ritornano in mente vuol dire che resterà anche nella testa della gente. Il fischio è il miglior strumento che esista. Quando il garzone del panettiere fischietta una tua canzone … allora è un successo!-
-Uno come te, Mario, avrà girato il mondo …-
-Guarda, Renato, una volta ho scritto una canzone che s’intitolava “Alla fine della strada” per Junior Magli. Qualche tempo dopo me l’ha incisa Tom Jones ed è divenuta la canzone “straniera” più venduta di quell’anno negli Stati Uniti. Gli editori americani mi avevano invitato a Los Angeles per consegnarmi una targa; sette giorni di vacanza con mia moglie … ho detto subito di sì, però man mano che si avvicinava la data della partenza ero sempre meno convinto. Pensavo ai miei fiori, ai funghi che stavano nascendo, alla casa … insomma ho finito per disdire tutto e portare mia moglie al Lago d’Orta, il posto che ho sempre nel mio cuore, dove avevamo galline, orto e tutto il resto. Sono uno semplice io, non son fatto per le medaglie.-
Mi rendevo sempre più conto che quell’uomo che avevo davanti era un tesoro da scoprire; come mi piaceva! Anche il fatto che alternasse il milanese all’italiano me lo rendeva ancora più genuino.
-Ma tu, Mario, parli una lingua strana, l’italo milanese…-
-Guarda, ci tengo molto al dialetto! Mi piace che mio figlio lo impari e lo parli con me, perché tanto, a scuola lo fa già l’italiano. E poi ho cominciato con le canzoni in milanese: “Olè la Fundeghera” la conosci?-
-No…-
-Era la storia di una droghiera che faceva gli straordinari con l’amante, il quale bussava rispettosamente ala cler del so negosi (alla saracinesca del suo negozio)-.
-Ma tu quante canzoni hai scritto?-
-Boh! Ho collaborato con tanti bravi autori: Nisa, Mascheroni, Pace, Pilat, Colonnello, Testoni, Rastelli, Concina, Conti, Livraghi, Malgoni, non lo so … certo mi è andata bene: “Nessuno mi può giudicare”, “Fragole e cappellini, “Quando m’innamoro”, “Fiorellin del prato”, “La tramontana”, “ La picinina”,“E’ Arrivato l’ambasciatore”, “Io tu e le rose”, “Una marcia in fa”, “Carolina dai”, “Tipitipiti”, “Fin che la barca va”, “Non finirò d’amarti”, “La pioggia”, “Lettera a Pinocchio” che l’ho fatta tutto da solo … eh, son stati dei grandi successi e chissà quanti me ne dimentico…-
 
-E’ arrivato Beruschi, bisogna lavorare, Mario-
-Ma io il testo l’ho già fatto, adess l’è lu ch’el ga de cantà (adesso è lui che deve cantare)-
 
Finì così quel momento d’intimità col grande M° Panzeri.
Da quel giorno non lo rividi più.
Seppi poco più avanti del suo grande viaggio verso le rive del Lago Dorato.
Qualcuno mi disse che voleva pescare un tipo particolare di trota che si trovava solo lì, in quel posto speciale, dove crescono spontanee le orchidee e dove gli angeli,ogni mattina, cantano in coro: “aveva un bavero color zafferano e la marsina color ciclamino, veniva a piedi da Lodi a Milano per incontrare la Bella Gigugin”.

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TONY DALLARA
L’umiltà, l’allegria, la bonarietà, il talento sono spesso qualità che poco hanno a che fare col successo.
L’urlo della musica si veste sovente di volgarità, presunzione, smargiasseria e poco valore umano - artistico.
Eppure l’eccezione c’è sempre e si stacca dal resto in un’unicità che fa speranza, in un candore straordinario che ben si accosta alla varietà dei colori novembrini che, in questo pomeriggio milanese, sto godendomi dal finestrino della mia macchina, mentre Tony Dallara, sollecitato dalle mie domande, si racconta.
-Mio padre era un tenore; anche mia mamma aveva una bella voce e, quindi, nel mio sangue le note circolavano veloci, quasi avessero il compito di tenermi vivo e allegro.
A quei tempi l’unico modo per divertirsi era andare all’oratorio; lì potevi giocare al calcio, vederti un film e anche cantare nel teatrino. Quel grandissimo uomo di Don Cesare mi aveva messo nel coro della Chiesa di Santa Maria di Caravaggio. Io sentivo gli altri cantare in latino e mi limitavo a raddoppiare con la mia voce le finali dei canti: -Aaaamen …-
Mi divertivo di più quando potevo cantare nelle recite. In chiesa, proprio lì davanti a Dio, provavo un po’ di soggezione, anche se mi sentivo in qualche modo privilegiato.
In seguito ho scoperto che in Via Tibaldi all’8 c’era una “pioletta” (piccola sala da ballo) in cui ci si poteva esibire e, allora, mi sono fatto avanti. All’inizio cantavo due o tre canzoni che sentivo alla radio, dirette dall’orchestra Angelini, poi, praticamente sono diventato il cantante ufficiale.
E’ stata una bella palestra, perché il repertorio era variegato; si faceva di tutto: dai tanghi agli slow, dai ritmi latini ai successi di casa nostra. Ricordo con affetto il maestro Beretta e l’impegno che ci metteva per fare gli arrangiamenti. Il proprietario del locale mi aveva promesso trecento lire a sera e un fiasco di vino, ma non ho mai visto né le prime, né il secondo.
Un giorno, in Galleria del Corso, luogo dove s’incontravano i cantanti, i musicisti e gli impresari, mi avvicina uno che non conosco e mi offre di diventare il cantante dei “Rocky Mountains Ol’ Time Stompers”. Mi propone una tournée a Sesto Calende, vicino a Varese. Si trattava in parole povere di fare tre servizi, ma pagavano bene: ben diecimila lire per tre serate! Naturalmente accettai e, pian piano, cominciai a girare le varie sale da ballo del circondario milanese con un discreto successo, fino ad approdare al mitico Santa Tecla di Milano.
Lì bisognava cantare in inglese, se no ti menavano. La chiamavano la sala degli esistenzialisti. Per fortuna mia, durante le precedenti esperienze, avevo imparato un sacco di canzoni che furoreggiavano all’estero e, così, non ebbi difficoltà a proporre i successi di Frank Sinatra, Dean Martin, Mario Lanza, Frankie Laine e dei Platters.
Una sera, tra i presenti c’era un discografico, tale Walter Guertler, che mi propone di cercare qualche canzone per fare un disco in italiano. Allora vado in Galleria Del Corso, entro in una delle tante edizioni che c’erano, la Suvini Zerboni, e incontro il maestro Taccani.
-Buongiorno maestro, sto cercando delle inedite …-
-Sono molto occupato, lì ci sono degli stamponi; se li guardi e scelga.-
-Osteria, ma io non so leggere la musica, maestro … non me ne può suonare qualcuna?-
-Le ripeto che “gu minga temp”, scelga un titolo, uno solo e glielo accenno.-
Avevo davanti a me un bancone di quattro metri, pieno di stamponi. Mi misi a leggere i titoli e, fra tutti, mi colpì “Come prima”; era proprio destino!
-Maestro, mi può suonare questa?-
Sbuffando, il maestro Taccani lesse e suonò.
-Osteria, maestro, è bellissima! Ma qui in questo punto si potrebbe modificare così, andando su con la melodia?-
-Può interpretarla come vuole, purché rispetti la melodia di base, il cantante è lei.-
-Grazie maestro! Le farò sapere.-
Portai lo stampone a Daccò, un chitarrista formidabile e lui fece l’arrangiamento.
Incidemmo la canzone e cambiammo nome del gruppo che divenne: “I campioni – canta Tony Dallara”
Dopo quindici giorni  “Come prima”arrivò al primo posto delle vendite e, in italiano, cominciò ad essere pubblicata nel mondo intero.
Peccato che dovetti partire per il militare come carrista. Al mio posto subentrò Lucio Battisti.
 Non riuscii a vivere per niente quel successo di cui tutti parlavano, anzi, non mi fu permesso fare interviste, avere licenze per passaggi radio televisivi, per incidere nuove canzoni, niente! E pensare che ero a Novara, vicinissimo alla Mecca della musica. Così mi son perso dei brani che mi avrebbero voluto far cantare, del calibro di “Arrivederci” e altre.
Il giorno dopo il congedo feci la mia prima serata a Pescara davanti a trentamila persone; cose dell’altro mondo! La gente si metteva in fila per farsi firmare l’autografo da me. Io non mi rendevo conto di quel che stava succedendo; mi sembravano tutti matti.
Proprio in quei giorni mi contattò Renato Rascel e mi chiese di cantare con lui a Sanremo un suo pezzo; s’intitolava “Romantica”. Era una bella canzone, ma gli chiesi di tagliare una strofa per arrivare al ritornello più in fretta e così si fece. Fu un successo esagerato, con la gente in piedi che applaudiva e un sogno di vittoria, coronato.
Per me fu anche l’inizio dei concerti all’estero. Esordii, infatti, alla Carnegie Hall di New York, dove conobbi il grande Perry Como. Mi sembrava di vivere in una favola; pensi che proprio quest’ultimo mi aveva invitato nel suo famosissimo show, mentre ero sotto la naia, ma come ho già detto, era più un carcere che un servizio militare! Sarebbe stato bello cantare “Come prima” in divisa, però non ci fu nulla da fare.-
-Potrei affermare che lei sia stato il precursore italiano del genere terzinato … urlato?-
-Credo proprio di sì; ho adattato alla mia lingua madre un modo di cantare che i miei miti di allora frequentavano in America e che risultava assolutamente diverso da ciò che fino a quel momento era stato in voga. Non più vocalismi mielosi fatti uscire a mezza voce, ma il massimo della grinta che il diaframma potesse consentire. Le frasi d’amore, anche quelle più romantiche, diventavano così un’ammissione più diretta che recalcitrante; insomma ho irrobustito un po’ di più i dialoghi tra innamorati. Dopo di me, Gianni Morandi trovò un pubblico più abituato alla “perientorietà vocale” di quanto non lo fosse prima del mio arrivo e me ne vanto un pochino.
-Ho letto sulla sua biografia che l’estero diventò per un certo periodo la sua seconda patria …-
-E’ vero! Dopo l’America del nord ci fu l’Argentina, il Giappone, poi la Corea, la Spagna, La Francia, ma ne parliamo dopo … quello che ci tengo che lei sappia è che in quegli anni non ho mai saputo quanti dischi ho venduto e sa perché? Perché non ho mai ricevuto una lira. Il discografico mi diceva che le percentuali di vendita spettavano soltanto agli artisti stranieri e non a quelli italiani. Con lui ho inciso: -“Come prima”, “Ti dirò”, “Romantica”, “Bambina bambina”, che vinse anche Canzonissima, “Cinzia”, “Julia”, “Per un bacio d’amor”, “Ghiaccio bollente”, “Non partir”, “Norma mia”, “Come potrei dimenticarti” in coppia a Sanremo con Ben E. King e altre ancora, ma non ho preso mai una lira. Mi ha regalato una Opel con la quale mi sono capottato subito e un disco d’oro, che è poi risultato essere di ottone. E pensare che se bussavi alla sua porta, le pareti rispondevano cantando “Come prima, più di prima t’amerò …”
Milioni di dischi mai pagati, questa è la discografia che ho conosciuto io. Quando finalmente ho cambiato etichetta, mi sono fatto furbo e sono riuscito a spuntare il tre per cento, ma non sapevo che il tre, meno questo, meno quest’altro e meno quest’altro ancora si riduceva praticamente a poco e niente. Sa cosa mi fa dispiacere a volte? Vedere o sentire i media parlare degli anni sessanta e non citare mai il mio nome o anche quello della mia cara amica Betti Curtis. Sono sempre gli stessi che citano e noi non ci siamo mai. Ho venduto milioni di dischi, ho lanciato uno stile su cui poi si sono basati altri, facendo successo, ma è come se non fossi mai esistito. Perché? Le sembra giusto?
-No, non è giusto.-
-Parlavamo dell’estero, prima … beh, quanti di questi cantanti più volte citati dal nostro “sapere musicale” sono conosciuti all’estero? Glielo dico io, ben pochi. Ma lo sa che solo tre mesi fa ero ospite, in Spagna, della trasmissione “I migliori anni della nostra vita” per cantare “Come prima” in italiano e poi in spagnolo? Che ho vinto festival in Corea, Giappone (dove sono ritornato una trentina di volte), in Spagna, in America latina e qui da noi è come se non esistessi? Ho partecipato come attore a sette film e se non si fosse ammalato avrei fatto teatro con Peppino De Filippo. Persino il grande Totò mi chiamò per cantargli una canzone.
-Com’è possibile tutto questo? Se lo spiega in qualche modo?-
-Non lo so, sinceramente non me lo so spiegare; sta di fatto che ho ricevuto più gratificazioni dall’estero, che nella mia patria, fatta eccezione la nomina a Cavaliere della Repubblica da parte del Presidente Ciampi, per aver portato la canzone italiana nel mondo. Ho cantato davanti all’Imperatore del Giappone, sullo stesso palco dopo Sarah Vaugan e Dionne Worwick, ma queste notizie non le ha mai riportate nessuno. Oggi da noi, il primo pirla che canta parolacce o scopa davanti alle telecamere ha molta più risonanza dai media che non un’intera carriera costellata da tanti successi, dedicata alla musica.
-Mi dispiace enormemente sentire la sua amarezza, perché sono stato un suo fan e ho comprato i suoi dischi …-
-Vede, non è che uno pretenda l’impossibile; solo il rispetto che si deve ad una storia vera, tutta italiana che ha fatto conoscere una parte del “nostro sapere” nel mondo, con serietà e professionalità. Ogni anno ci provo con Sanremo e vengo sempre scartato. Il mio sogno sarebbe quello di andare là, ancora una volta, e dedicare una canzone alla mia famiglia; osteria, quando l’ho vinto l’ultima volta mia moglie l’ha gaveva ses ann … ancora un po’ che aspettano … non è che di tempo ce ne sia poi tanto!-
 E sono tanti gli aneddoti e le storie che ascolto in questo pomeriggio novembrino, mentre un sole enorme si appresta a salutarci. Mi racconta della sua tournée con Jane Russell, avvenuta in Italia tanti anni fa, del suo incontro con Marylin Monroe e di quello con Nat King Cole e ancora di amici in comune, di grossi calibri della musica italiana, di Tiziano Ferro, l’unica vera e grande novità per Tony.
Mentre si fa sera mi accorgo che non abbiamo ancora chiacchierato di pittura, quella passione che ha colorato la sua vita sin da bambino, quando in calzoni corti ammirava, estasiato, le opere di Picasso.
E allora entriamo nel suo studio, pieno zeppo di quadri, foto appese, riconoscimenti avuti da Guttuso, Lucio Fontana, Dino Buzzati, Andy Warhol e dentro di me penso che ci vorrebbe un libro per descrivere una vita così intensa e variegata.
Peccato che non ci sia ancora; sarebbe un’ottima occasione per risarcire i danni ad un artista che se lo merita ampiamente. 

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ALBERTO SALERNO: SONO UN BAMBINO FORTUNATO
Lo conosco da talmente tanti anni che mi fa un piacere pazzesco riabbracciarlo.
-Come va maestro?- mi chiede subito, ma non faccio in tempo a rispondergli, perche mi parla di sua moglie Mara.
-Devo ricordarmi di registrarla, perché oggi è ospite della Vita in diretta.-
-Ma dai!-gli faccio io.
E lui: -Stanno succedendo cose pazzesche, la vita è proprio imprevedibile ... ma lo sai che fa le serate? … Adesso mi chiamano signor Maionchi- e sbotta a ridere.
Non lo trovo cambiato, del resto è sempre stato un po’ scherzaiolo. A volte mi ricorda quelli di “Amici miei”.
Prosegue nei suoi racconti, appassionandosi sempre di più sin che arriva alla scena di lui, Eminem, Patrick Kluivert e Sting, che sono in fila in un ristorante londinese, per fare la pipì.
E’ un piacere ascoltarlo, perché ti senti all’improvviso parte di una favola ambientata nelle alte sfere della musica.
D’altronde, Alberto Salerno, può vantare un curriculum di collaborazioni davvero illustri, da Mogol a Bing Crosby.
Gli chiedo se avrebbe mai immaginato un successo così furioso e lui mi risponde che è un bambino fortunato, che ha raccolto molto di più di quello che ha dato.
Singolare davvero che un autore si definisca fortunato, perché quest’aggettivo, di solito, finisce in qualche modo per sminuire l’operato di un creativo, errore che non bisogna commettere con uno come Salerno, che ha cominciato sin dalla giovane età di nove anni a scrivere testi sul suo libricino nero, intitolato “I successi di Albert Salern”.
Sarà anche stato fortunato, ma allora lo sono tutti quelli che “ci riescono”, visto che il successo è una somma d’ingredienti che cambiano di volta in volta.
Bambino, invece, mi piace davvero tanto, perché lo è davvero. Se non gioca non si diverte.
E, comunque, Alberto, a quindici anni già scriveva una cinquantina di testi al giorno, esercitandosi sulle metriche americane dei dischi che papà Nicola portava a casa dall’Ariston.
A quei tempi il prestigioso settimanale Billboard, previa iscrizione al servizio, inviava i 45 giri che si trovavano nelle prime posizioni della classifica di vendita americana.
-Quello è stato un ottimo esercizio, perché col nostro linguaggio scarso di tronche, non era così semplice adattare le metriche. Poi mio papà, vedendo che andavo malissimo a scuola, mi ha fatto assumere come impiegato all’Ariston, sotto Alfredo Rossi e lì ho cominciato a fare le prime facciate B dei 45 giri come “Datemi una lacrima per piangere” dei Corvi e il primo successo “Avevo un cuore”, cantato da Mino Reitano a cui è seguito “Meglio una sera piangere da solo”, cantata da Nicola Di Bari e Claudio Villa.-
Me le ricordo benissimo!
-Un giorno ci hanno chiamato da Roma per avvisarci che papà si era sentito male. In realtà era mancato all’improvviso e per noi fu un colpo durissimo. Fu allora che dissi a mio fratello: -se vogliamo imparare a fare questo mestiere dobbiamo farlo dai numeri uno. Chi sono i numeri uno oggi? Mogol e Battisti e quindi è là che dovremmo proseguire la nostra strada. In Ariston avevo conosciuto Mara Maionchi che, nel frattempo, si era spostata alla Numero 1. Le abbiamo chiesto un appuntamento e lei ci ha fatto conoscere a Franco Daldello, il quale con un occhio di riguardo per essere i figli di Nisa ci mise in condizione di lavorare col team più osannato d’Italia. -
Abbiamo fatto un successo con Wess, “Occhi pieni di vento” e Mogol, che mi aveva preso un po’ sotto la sua ala, ha cominciato a stracciarmi i testi in faccia. E’ stata una scuola durissima! Scrivere e buttare via, riscrivere e ributtare via, ma ho imparato tantissimo in quei tre anni di permanenza alla Numero 1.-
-E Battisti?-
-Era una figura talmente mitica che quando arrivava lui, mi sentivo tremare il cuore. Schivo, di poche parole, con noi era gentile e se gli facevi ascoltare un pezzo, magari ti cambiava delle armonie o te lo metteva a posto. In quel periodo ho scritto “Io vagabondo” per i Nomadi su musica di Dattoli e ne è venuto fuori un successo che ancora oggi mi sorprende.
Grazie a Fiorello e al Karaoke è diventata una canzone evergreen.
Sempre per i Nomadi ho fatto “Tutto a posto”, “Senza discutere” e altre ancora. Ma non solo per loro; ho scritto in quel periodo per Pappalardo, l’Equipe 84, i Gens, Flora Fauna e Cemento.
A quei tempi mi premeva solo scrivere; era l’unico modo che avessi per emozionarmi e trasmettere emozioni. -
- E dopo l’esperienza della Numero 1?-
-Cominciai a frequentare le Edizioni Come il Vento, ma pur scrivendo con compositori prestigiosi del calibro di Maurizio Fabrizio e Dario Baldan Bembo, non riuscii a fare molto, salvo una canzone bellissima, passata inosservata, per Mia Martini dal titolo “Ritratti della mia incoscienza” e la celeberrima “Soleado”, incisa in tutto il mondo persino da Bing Crosby di cui ho il 45 giri.
-Caspita che colpo!-
-Eh sì, quando dico che sono fortunato ... inizialmente s’intitolava “Le rose blu” e, interpretata dal suo compositore Ciro D’ammico non aveva fatto nulla, poi Vince Tempera decise di ripubblicarla senza parole, mantenendo sempre gli stessi autori ed è venuto fuori un successo da cinque milioni di copie!
-Beh, in questo caso direi che la fortuna ci ha proprio messo lo zampino ... anche perché il testo è un tantino ininfluente …. Oooo ooooo-
-Un cioccolatino?-
-No grazie ...-
-Per il resto, dopo la breve esperienza con Valter Foini, c’è stata la nostra con gli Homo Sapiens con cui abbiamo vinto Sanremo, il mio primo Sanremo!
-”Bella da morire” è ancora oggi una bella canzone!-
-Io le chiamo note “vere” e si sente subito che faranno successo e dureranno nel tempo!-
Questa delle note “vere” è la prima volta che la sento, ma da Alberto c’è da aspettarsi di tutto. Non chiedergli , per esempio, di cambiare una parola in un testo, perché ti risponde: -cambiala tu! Se l’ho messa lì è perché ha un senso ...-
Salerno ha interrotto anche collaborazioni importanti per questo motivo.
-Sì è vero! Quando mi fanno cambiare qualcosa vanno a ferire il mio bambino e non riesco ad accettarlo. Sento proprio un male fisico. Il mio bambino è molto fragile e io lo devo difendere. E poi dipende anche da come uno te le dice le cose.
Sarò presuntuoso, sgarbato, sgradevole, ma fateveli voi i vostri ritocchi, perché non fate anche tutto il testo già che ci siete? Perché venite a chiamare me? Ma con Pareti non ne ho avuti di questi problemi, quindi andiamo avanti ... – e ride.
-Tra il 77 e l’84 c’è stato un periodo di vuoto: erano arrivati i cantautori. Tutti scrivevano testi, anche i giovani e non mi chiamava più nessuno. Brutto periodo quello lì ... Sono andato un po’ in depressione … Non sapevo come fare a sbarcare il lunario e, a un certo punto, ho deciso di fare il produttore, anche se non sapevo pressoché nulla di come si facesse.
Incontrai casualmente Alberto Fortis in Ricordi e sentendo le sue canzoni mi entusiasmai tantissimo. Così decisi di produrlo, che per me allora significava piazzarlo presso un’etichetta discografica. Lo portai da Alain Trossat in Polygram e si fece il contratto. I problemi vennero in sala di registrazione, dove non sapevo che cosa dovessi fare. Il disco, mio malgrado e, sempre per fortuna, andò oltre le aspettative, ma non ne seguì un secondo, perché fui sostituito. Però il vero futuro stava per accadere, perché scrissi con Eros Ramazzotti e Renato Brioschi “Terra promessa”. Dopo Ramazzotti, Mara diventò direttore artistico della Fonit Cetra e scelse Mogol e me come collaboratori. Ci fece ascoltare un ragazzo che al suo secondo album non aveva ancora ottenuto riscontro e che si chiamava Mango. Quest’ultimo entusiasmò sia me che Giulio e, insieme, decidemmo di produrlo per una nuova etichetta che avevamo appena fondato, la Nisa, in memoria di mio papà.
Da questa collaborazione nacquero canzoni come Oro, Lei verrà, Donna d’estate etc.
Avevo imparato a fare il produttore, tant’è vero che dopo Mango fu la volta di Zucchero.
Per lui scrissi “Donne”, Menta e rosmarino, Piccolo aiuto, Papà perché, Senza rimorso e tante altre. Ecco, Zucchero era uno di quelli che aveva sempre qualcosa da correggere. Con lui ho fatto delle litigate furiose, ma poi è talmente simpatico che, ancora oggi, quando c’incontriamo, ci scherziamo sempre su. E’ un tipo! Gira in mutande e occhiali scuri quando si fa un testo-
-Praticamente allora il produttore sostituì l’autore?-
-Scribacchiavo qualcosa per Patty Pravo, per Marcella, per Gianni Bella, Loretta Goggi, ma non sono stati successi.
A parte Anna Oxa con cui ho rivinto Sanremo con Senza pietà … gran bel disco! Sono stati più gli insuccessi che i successi nella mia vita!-
-Alla faccia! Qui stiamo elencando canzoni di altissimo livello, che si può volere di più?-
-Niente! Io mi diverto ancora come un bambino alle prime volte. Ho chiuso la Nisa e ho aperto un’altra società a conduzione famigliare, la “Non ho l’età”, sempre in omaggio a mio papà e avrò un giovane che coltivo da tre anni a Sanremo. Si chiama Tony. Adesso con Mara e le nostre due figlie siamo una forza sola che lavora per gli stessi obiettivi.-
-A proposito di giovani coltivati per tre anni … Tiziano Ferro, dove lo mettiamo?-
-Tiziano è una grande storia importante. Lo conobbi nel 1999 all’accademia di Sanremo dove Mara ed io eravamo stati invitati come giuria. Mi piacque subito, anche se faceva e cantava un genere assolutamente diverso da quello del suo esordio. Si merita tutto il successo che ha, perché ha lavorato sodo senza mai lasciarsi scoraggiare dalle nostre critiche. L’ho portato a tutti i discografici, ma nessuno lo voleva; mancava sempre qualcosa per la convinzione finale, fino a che un giorno mi arriva da Latina con Perdono. Ho riconosciuto le note “vere” e ho pensato:-Questo è un grande successo!- La Emi si è decisa a pubblicarlo e il resto è storia. Ci sono stati giorni in cui era a fare una radio in Svezia, una a Parigi e una televisione in Svizzera. Un risultato che ha tramortito persino noi che lo seguivamo. Non c’era un attimo di sosta. Mi ricordo agli MTV Awards il nostro camerino di fianco a quello di Anastasia, mentre quello di fronte di Kylie Minogue e il nostro ingresso in sala dove tutti urlavano Tiziano! Tiziano! Un’esperienza irripetibile. Credo che assieme a Jovanotti sia quello che scrive i migliori testi in questo momento.-
La chiacchierata con l’amico Alberto Salerno sembra non aver fine. La sua vita professionale è talmente ricca di eventi, spunti e aneddoti, anche piccanti, che le ore volano.
Arriva uno dei suoi pupilli che gli vuole fare ascoltare un provino, proprio adesso che Mara Maionchi sta per apparire alla Vita in diretta. Lo vedo agitarsi un attimo e allora lo ringrazio e lo abbraccio, dandogli appuntamento fra dieci anni. In questo frattempo chissà quanto riuscirà a combinare, efficace com’è. Sono sicuro che prima o poi il libricino nero con “I successi di Albert Salern” diventerà un libro da primo posto in classifica!

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LA MUSICA NON E’ UN CAPRICCIO D’AGOSTO
Negli anni settanta Fred Bongusto spopolò, durante un’estate, con una canzone il cui titolo: NON E’ UN CAPRICCIO D’AGOSTO, mi genera una metafora, che ben riassume il concetto di musica per Piero Cassano, artista poliedrico: compositore, autore, produttore, interprete, polistrumentista e di recente anche attore nella fiction “Tutti pazzi per amore”.
“La musica è una scelta di vita e non una cottarella estiva destinata a sbiadire nel tempo”.
Più volte Piero ribadisce questo concetto nel corso della nostra chiacchierata e lo fa con una passione tale da coinvolgermi emotivamente in tutto quello che afferma, perché io la penso esattamente come lui.
Per questo, più che un’intervista, diventa quasi uno sfogo tra colleghi che si sentono assolutamente AUTORI e che vivono, giorno per giorno, le difficoltà di un momento storico non favorevole alla musica.
 “Com’era, com’è, e come sarà la musica?”
-Per me la musica è sempre stata il dolce contorno della mia vita, al punto che provo quasi dolore per tutti gli stonati che, forse, non possono goderne appieno. Sin dai tempi più remoti è stata parte importante dell’uomo ed è servita spesso a stemperare momenti difficili, ad enfatizzare luci ed ombre, come solo lei sa fare. Anche durante i vari proibizionismi è stata l’anima suadente di idee e ribellioni che ci portano sino al rap dei giorni nostri.
Certo, per chi ha vissuto appieno gli anni settanta come me, è difficile trovare tempi migliori; in quell’arco di tempo è avvenuto tutto o quasi, vedi gli orizzonti che hanno saputo aprire i Beatles con le melodie che sono diventate immortali, direi quasi insuperabili.
A volte preferisco riascoltare una bella musica che sentir parlare una bella donna. Il mistero di un suono è talvolta molto più affascinante.
E sarà sempre il dolce contorno della vita, con vestiti diversi, emozioni diverse; sarà in ogni caso anima dell’essere umano in continua evoluzione.
Certo se, invece, parliamo di come viene gestita in questi tempi la musica e facciamo riferimento alla nostra professione, beh … si aprono delle crepe talmente ampie da esserne inghiottiti; il futuro mi fa paura.
Io ritengo che oggi non ci sia più il rispetto di una figura molto importante che è quella dell’AUTORE; figura attorno alla quale gira tutto: la discografia, l’interprete, l’editore, i media e tutti i diritti annessi e connessi del caso.
Forse nemmeno Frank Sinatra sarebbe divenuto “La Voce” se non avesse avuto intorno a sé grandi canzoni e grandi autori. Ma degli autori se ne parla solo quando i loro diritti divengono, per i fruitori di musica, tasse da pagare e non un riconoscimento ad un lavoro svolto quotidianamente, di cui solo una piccolissima percentuale sarà oggetto di diritto e quindi fruibile dal mercato.
Le radio, che un tempo pagavano abbonamenti alle case discografiche per ricevere le novità da trasmettere, hanno capovolto la frittata e sono diventate depositarie del business e della verità musicale e, grazie ad un sistema discografico impotente, stabiliscono ciò che è musica e ciò che non lo è, recingendo sempre più i confini della comunicazione e della cultura. Siamo messi molto male!
Oggi i nostri direttori artistici sono loro ed è gravissimo!
Mi è capitato personalmente d’imbattermi nelle loro politiche aziendali e le loro linee “artistiche”.
Se una canzone non è in linea con queste ultime, non viene trasmessa. La gente non la potrà mai conoscere e il creativo, autore, interprete che sia, o si allinea o viene messo da parte. Talvolta sembra di essere in un clima surreale di “regime”.
La libertà di espressione dove è andata a finire se devi sottostare alle linee dei manager in questione? Per fortuna nostra personale esistono strade diverse per fare conoscere le nostre canzoni ed alimentare, tramite il contatto diretto nei concerti, la diffusione delle novità che proponiamo, ma chi non ha il nostro passato e deve sottostare a questo diktat artistico, come fa?
E’ un gravissimo empasse anche per la discografia, la quale ora è costretta addirittura a pagare spazi di trasmissione in radio.
Occorrerebbe creare delle normative, come avviene da sempre in Francia, dove il repertorio viene difeso dalla legge; la nostra cultura non è solo quella trasmessa dalle radio. C’è molto di più e la gente non lo può sapere .. è uno scandalo!
 “Cosa significa esattamente produrre un artista?”
Amare la musica ed avere un grandissimo rispetto per il pubblico; avere la forza di credere che una tua scelta possa essere condivisa da tante persone, riuscire a fare una cosa semplice e possibilmente bella che arrivi a tutti.
Troppi ne ho visti che, trincerandosi dietro ad una mera situazione di cultura, tralasciano la cosa basilare: quella di “arrivare …”.
Per quel che mi concerne ho sempre tenuto presente, in tutte le produzioni che ho seguito, questa regola: “ARRIVARE AL CUORE DEL GRANDE PUBBLICO”, che è poi assemblare la progettualità legata ad un artista. Ho sempre pensato che le canzoni rientranti nel progetto dovessero avere un collegamento tra esse e l’interprete e che dovessero servire alla voce di quest’ultimo per ottenere il massimo della comunicazione; in sostanza:  un monoblocco sinergico prorompente.
Quando hai ottenuto questa base, devi saper gestire l’investimento della discografica, scegliendo lo studio di registrazione, l’arrangiatore, gli strumentisti più adeguati e rimanere nel budget.
Non è una cosa semplice, soprattutto di questi tempi che di soldi per investire ne circolano pochi. I progetti a lunga scadenza, sono rarissimi e spesso si può incappare in investimenti finalizzati al recupero di tasse e non all’amore per la musica.
C’è poi la fase delicata dei canti e dei mix, in cui il produttore deve ottenere il massimo possibile dall’interprete e dai tecnici di sala, non tralasciando mai di valutare i consigli o i suggerimenti di tutto l’entourage, sapendo anche mortificare, quando occorre, il proprio ego al fine naturale di ottenere il prodotto migliore.
Un bel risultato non è mai frutto di una mente sola.
La collaborazione dei musicisti, della loro sensibilità, professionalità, capacità e genialità spesso porta canzoni “minori” nella hit parade, grazie a trovate di esecuzione.
 “Assieme a Giancarlo Golgi siete i leader storici dei Matia Bazar, perché tanti cambi di … personale?”
Io credo che per una donna, vivere in una famiglia di 4 maschi e diventare in qualche modo un po’ maschio pure lei,  sia un’impresa davvero titanica.
Bisognerebbe per una volta calarsi nella posizione di una cantante femmina e vivere per un mese tutte le balordaggini, le battute, gli apprezzamenti degli uomini nei confronti della vita stessa in generale. Per una donna può essere un delirio!
Sicuramente un grazie totale ad Antonella Ruggero, Laura Valente, Silvia Mezzanotte e a Roberta Faccani, le 4 vocalist di questo gruppo che io definisco da guinness in quanto a travagli: l’entrata e l’uscita di Cossu, di Carlo Marrale, Sabbione, la scomparsa del nostro bassista, il poeta storico Aldo Stellita. Credo che non esista al mondo una formazione che abbia vissuto così tanti cambi al suo interno riuscendo a mantenere nel cuore della gente un posticino inalterato. Logicamente vi è un unico denominatore comune: il repertorio musicale. Certe canzoni, come Solo tu, Vacanze romane, Stasera che sera, Cavallo bianco, Ti sento, Per un’ora d’amore e altre, illuminano i ricordi e generano aspettative di continuità.
 “Per ritornare al rispetto dell’”AUTORE”, è diventata oramai una consuetudine conclamata quella di firmare canzoni in cui non si è fatto nulla. Qualcuno sostiene che sia un doveroso rientro per le spese d’investimento, qualcun altro afferma che …”
Chiedo scusa se interrompo, ma è un argomento che mi sta molto a cuore, perché fa proprio parte del non rispetto nei confronti del lavoro dell’”AUTORE”. E’ un brutto vizio che ha origini lontane … Ricordo certi editori che firmavano i testi delle cover in italiano senza averli neppure visionati. E sono tanti gli autori famosi e non, che si sono adeguati.
Succedeva e succede un po’ dappertutto nel mondo e spesso mi sono trovato davanti a questo tipo di compromesso. Ultimamente, addirittura ho rinunciato ad un progetto molto importante, perché mi sono trovato di fronte a delle richieste che definirle assurde è dire poco. In sostanza, di 24/24mi me ne sarebbero rimasti 4 e non ho potuto sopportarlo.
Per fortuna non è sempre così.
Ad onor del vero, è più facile che qualcuno abbia firmato le cose mie che io quelle di un altro. Però a tutto c’è un limite; è vero che la vita ci ha insegnato ad arrivare ad alcuni compromessi e non esiste vita senza di essi; tuttavia quando c’è la garanzia che il compromesso sia anche a tuo favore e non solo a favori di altri creandomi un danno, mi rendo disponibile. Sono quelli che io chiamo “i compromessi d’onore”.
 “La musica di oggi è ancora ispirazione o nasce già viziata da problemi di mercato?”
La musica dovrebbe essere sempre e comunque ispirazione. Io penso che quando ti senti dentro una melodia che ti tormenta, che si fa strada nella tua voce e che poi diventa un grande successo popolare, ti trovi di fronte a una ispirazione pura, quella che arriva dalle “alte sfere”. Mi successe con “Solo tu” e con “Brivido caldo” che sono nate da sole, senza che le dovessi “favorire” con marchingegni tecnologici.
Il rischio di essere troppo aiutati dai computer, che hanno in sé programmi musicali e suoni di ogni tipo a disposizione, oggi è grande, ma ho sempre cercato di non questi aggeggi troppo sul serio, malgrado lavori con un supertecnologico come Fabio Perversi.
Se ci consideriamo “autori” solo grazie a certi stratagemmi, che dire di Berlin, D’Anzi, Porter, Gherswin? Erano geni assoluti! Attraverso le loro ispirazioni pure si è creato il cosiddetto mercato discografico, fatto di interpreti, radio, televisioni, e chi più ne ha ne metta. Grazie alle loro melodie si è mosso un mondo intero. La loro genialità ci ha consegnato dei veri capolavori.
Oggi siamo un po’ tutti meno puri, anche perché i punti di riferimento sono managers, radio business e marketing. E ritorniamo al punto di partenza: appena nasce la purezza occorre mediarla immediatamente con le linee di tendenza obbligate e la libertà del tuo pensiero puro si blocca immediatamente per finire nella prigione dei target.
Lavorando così è davvero difficile essere diversi e fare dei capolavori, soprattutto se la tua sopravvivenza economica dipende dalla musica.
Dall’alto dei miei sessant’anni, posso affermare che riferimenti come il compianto Alfredo Rossi, direttori artistici come la Giusta Spotti, maestri come Vito Pallavicini, tutte illustre persone che ne sapevano di musica, mancano tantissimo al settore.
Siamo tutti un po’ più soli davanti al meccanismo complesso della musica, pur facendo tutto quello che ci è possibile per andare avanti comunque e non mollare mai.
Proprio perché è una scelta di vita!
Lottare per un’idea, costi quel che costi, è l’ambizione più bella, credo, per l’essere umano; per l’AUTORE ed il rispetto che gli si DEVE è d’obbligo.

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CRISTIANO MINELLONO: Autori uniamoci per la musica; soli si muore!
Personaggio schietto e qualche volta forse scomodo è un creativo che ha ottenuto successo in molti canali dello spettacolo. Poliedrico, ottimista si cimenta sempre in nuove sfide. A lui si devono canzoni come Natalì, Il primo giorno di primavera, Mamma Maria, Ci sarà, L’Italiano, Soli si muore, Ti avrò, Comprami, Il tempo se ne va, Felicità, Noi ragazzi di oggi, e tantissime altre. Come autore televisivo ha esperienze di grande impatto: Beauty Center Show, Premiatissima, Una rotonda sul mare. Come pubblicitario inventa intere campagne per Ferrero, Standa, Trussardi e, infine, come attore di teatro recita sin da piccolo con i nomi più prestigiosi. E’ un motivo d’orgoglio per l’Italia creativa, che esporta i suoi prodotti anche all’estero. Un conto approssimativo stima in 150 milioni le copie delle sue canzoni vendute in tutto il mondo.
 
Mi dà appuntamento al Circolo dell’Aeronautica di Linate, dove lo trovo seduto ad un tavolino in mezzo ad un prato ombreggiato, mentre gioca a Burraco con colonnelli e generali pluridecorati.
Conoscendolo da una vita e sapendo quanto sia predisposto allo scherzo lo saluto dicendogli: -Ecco come finiscono gli autori gloriosi … a tirar sera sperando nella fortuna!-
Mi risponde: -Nessun autore che lo sia seriamente è mai finito, solo gli editori e la discografia di oggi, ma quelli sono già tutti morti e sepolti, quindi non hanno più bisogno di noi.-
Mmmm, aria di polemica penso tra me.
-Sono nato nel ’46 ed è una vita che dimostro di saperci fare, ma questo non conta … dovevi buttare il 3! -sussurra ad un colonnello, - e finivamo la partita!-
Lo lascio giocare.
In effetti chiunque legga la biografia di Cristiano Minellono, in arte Popi Minello, finisce col perdersi nei meandri dello spettacolo, tanto è ricca di eventi importanti, di progetti realizzati, di successi in ogni dove.
Figlio d’arte, sua madre Maria Pia Arcangeli, artista di varietà e suo padre Carlo Minello, attore in voga negli anni 40, Cristiano ha da sempre respirato le atmosfere del palcoscenico come spettatore ed interprete, dietro e fuori le quinte.
Già ad otto anni, assieme a Giulia Lazzarini, debutta al Teatro Manzoni di Milano con grande successo. Saranno una trentina le commedie che da lì in poi lo vedono come protagonista, tra cui “Le avventure di Laura Storm”con Lauretta Masiero e Aldo Giuffrè. Ma non disdegna neppure il cinema e lavora con registi del calibro di Mauro Bolognini.
La musica lo accoglie nel suo mondo quasi per caso.
Due giorni prima della messa in onda di una nuova commedia per la Rai, i produttori cercano la sigla di apertura e di chiusura e Cristiano s’improvvisa cantante eseguendo con la sua chitarra “Blowing in the wind” e “And I love her”. Arrivano, qualche giorno dopo, 20000 lettere di fan deluse, perché il disco non si trova nei negozi. Così, il grande Giovanni D’Anzi comincia ad interessarsi di lui, proponendogli d’incidere nuove canzoni.
Ma Minellono non si sente un cantante vero e proprio e, soprattutto, amerebbe stare un po’ dietro le quinte dopo avere calcato per anni le scene, così decide di scrivere testi per canzoni.
Si allena a fare traduzioni dei brani stranieri, che in quel mentre invadono le scrivanie degli editori e gli capita tra le mani un successo di Tommy James, che col suo testo in italiano diventa “Soli si muore”. Affidata a Patrick Sansom e Michele va subito ai primi posti in hit parade ed è l’inizio di una serie interminabile di successi.
-Allora, la facciamo st’intervista o no?-
-Ma Cristiano … hai giocato fino adesso!?!-
-Ho finito, dai chiedimi quello che vuoi che ti rispondo; era ora che Viva Verdi si accorgesse che esisto anch’io!-
-Quando ho proposto il tuo nome la redazione è stata felicissima del fatto che scrivessi di te …-
-Dovevano farlo prima! La Siae qualche volta è in ritardo; non ha ancora capito che gli interessi degli autori, per esempio, non possono più coincidere con quelli degli editori, che sono morti da tempo o si sono sottomessi alle multinazionali. D’altronde era nata così ai tempi di Giuseppe Verdi … Ci dovrebbe essere una Siae solo per gli autori e noi autori dovremmo unirci totalmente una volta per tutte, senza più servilismi verso etichette che portano il grano fuori dall’Italia e stornano quei pochi investimenti col nome di tasse. Alle multinazionali non gliene frega niente della musica italiana.
Sono stato io a fondare l’”Associazione Degli Autori” e me ne sono subito andato quando ho visto che invece di essere uniti per i nostri diritti ognuno coltivava il proprio orticello. Dobbiamo capirlo definitivamente: “Soli si muore”! Insieme, invece, rappresenteremmo una forza in grado di operare quei cambiamenti che occorrono per essere rispettati e non morire. Adesso sono in Uncla e voglio a tutti i costi lavorare per questo obbiettivo.-
Si sta animando e sapendo che è uno che non “pettega”, come dicono a Milano, sposto l’asse delle domande su qualcosa di più frivolo.
-Si dice in giro che tu sia stato un donnaiolo formidabile e che …-
-Sì, è vero! Ne ho avute tante, ma ne ricordo due con un affetto particolare: Marina Occhiena con la quale ho avuto un rapporto davvero importante; è lei la musa ispiratrice di alcune tra le mie più belle canzoni, vedi “Bugiardi noi”, “Natalì”, scritte con Balsamo, etc. Poi Mia Martini, una donna fragile, sensibile, con un’anima straordinaria. Se qualcuno non s’innamorava di lei quando cantava voleva dire che non aveva gli ormoni al posto giusto. Una donna sfortunata che ancora mi lascia la voglia di picchiare qualcuno di molto noto-.
E’ meglio spostare l’asse ancora e non indagare…
-Hai mai scritto con Giovanni D’Anzi?-
-No, per un pelo; mi sarebbe piaciuto davvero. Sai, a quei tempi, parlo della fine degli anni sessanta, stava finendo un periodo storico per la musica e stava iniziando un radicale cambiamento di tutto. Quando scrissi “Il primo giorno di primavera”, il beat era ormai uno stile consolidato e facevo un po’ fatica ad intendermi con la vecchia tendenza. Pensa che ho portato a Gramitto Ricci, persona ed editore straordinario, nomi come i La Bionda, Mario Lavezzi, Mia Martini, Renato Zero, ma non li ha voluti. Quando si affezionava ai suoi compositori non li mollava più. Ho scritto, infatti, con Memo Remigi, Pino Donaggio, Malgoni e Sciorilli, etc. Tuttavia mi sentivo più attratto dal nuovo che imperversava ovunque. D’altronde era impossibile non essere affascinati dai Beatles, Elton John, I Rolling Stones e chi più ne ha ne metta.-
-Di tante esperienze artistiche in quale ti sei trovato più a tuo agio? Hai fatto l’attore, il produttore televisivo, il direttore artistico, lo scrittore, il pubblicitario, il paroliere …-
-All’inizio, quando facevo l’attore mi piaceva un sacco, poi mi sono accorto che l’attore recita copioni scritti da altri, interpreta pensieri di altri e a me piace avere un mio pensiero, quindi posso tranquillamente concludere che scrivere canzoni, cercando di affermare le mie emozioni, sia molto più gratificante. Ho avuto scontri durissimi anche con amministratori delegati a cui magari non piaceva il testo di una strofa o di un inciso, ma non mi sono mai fatto condizionare. Se ognuno facesse il proprio mestiere andremmo tutti molto meglio. Il testo era quello e lo si doveva cantare così. Se poi ci aggiungi che “L’Italiano”, più di 20 milioni di copie vendute nel mondo, non lo voleva fare nessuno!!! Dicevano che era banale, melensa, piena di luoghi comuni. Meno male che ero il produttore di Toto e così la feci cantare a lui e gli amministratori delegati me li sono messi nel sacco.
Il grosso problema di oggi, rispetto a prima, è che mancano personaggi come Gramitto Ricci, Ettore Carrera, Alfredo Cerruti, la Giusta Spotti, persone geniali, che capivano quando un a canzone era davvero fortissima e, come ti dicevo prima, sono scomparsi quegli editori che dovevano viverci con i ricavi delle canzoni. Oggi è tutto conglobato nelle multinazionali e trovi barbieri, amici di non so chi, che fanno i direttori artistici o il deejay di turno che non capisce un c.. di melodie, e t’impone di scrivere canzonette che durano una settimana. Ma non vedi che, a parte rarissime eccezioni, non esportiamo più niente nel mondo? Importiamo e basta. I cantanti stessi poi si fanno tutto da soli, ma secondo te, tra trent’anni resterà qualcosa di tutto questo? Forse canteranno ancora L’Italiano, ma non certo le canzoni di Sanremo degli ultimi anni; a proposito chi è che ha vinto quest’anno?-
Non posso dargli torto, la penso anch’io così.
-Per un bel po’ d’anni hai lavorato per Berlusconi …-
-Non per Berlusconi, ma con Berlusconi e sono stati i dieci anni più belli della mia vita. E’ un uomo straordinario, che non fuma, non beve, non si droga e dorme 4 ore per notte. Non ho mai incontrato un uomo simile. Lavora sempre e sa demandare, sa scegliere le persone giuste. Non lo dico, perché sono politicamente schierato dalla sua parte, io sono un anarchico individualista; ma perché è un uomo che lotta sempre per le sue idee e non molla mai; capace di rischiare quando gli altri si tirano indietro. Lo stimo molto e se non ci fosse stato lui credo che l’Italia starebbe molto peggio. D’altronde, i suoi avversari hanno lavorato solo per mandarlo a casa, senza proporre niente che non fosse il pensiero di farlo fuori. Con lui ho fatto decine di trasmissioni di successo e quando ha lasciato la televisione, me ne sono andato anch’io-.
-La tua schiettezza ti avrà certo creato dei nemici fuori e dentro il tuo mondo del lavoro.-
-Si tratta solo di difendere ciò che ritieni giusto. Tu e il Viva Verdi, se volete potete dissociarvi, ma sono consapevole di ciò che dico e ne rispondo in prima persona. Ho rapporti burrascosi con i nuovi finti editori, con le multinazionali, con chi vuole rubarci dodici ventiquattresimi, che sono la metà del nostro lavoro, senza darci nulla in cambio. Una volta dovevi pensare solo a fare delle belle canzoni e l’editore si sbatteva per trovare delle incisioni, oggi è solo marketing e mi fanno tutti un po’ pena se penso a come s’industriano per tenere fede ai bilanci imposti dal padrone straniero. Siamo una colonia senza più identità e soltanto i vecchi cantautori si salvano, perché grazie alla loro indipendenza economica, sono riusciti a liberarsi dagli azionisti americani e a riferirsi solamente a se stessi e al loro pubblico. La nicchia indipendente fa qualcosa, ma che fatica!!! Lo vedo anche in Assemblea: tu proponi una cosa e loro, subito, l’esatto contrario e se gli chiedi perché, non si riesce mai a capirlo. Non andiamo più bene insieme! Ma le canzoni chi le fa? Gli autori, fino a prova contraria. E siamo considerati un bel niente. Ma hai mai provato a leggere un contratto di edizione? E’ un patto leonino!!!-
-Ogni argomento che tocco con te diventa una bomba! Parliamo un po’ di qualche aneddoto piacevole dai …-
-Ce ne sono tanti! In primo luogo tutti gli scherzi che ho fatto ai miei colleghi e non, compreso te. Avevo un maestro irresistibile: Corrado Lojacono.
E poi il testo di “Ci sarà” e quelli scritti per Adriano Celentano.
Albano doveva andare a Sanremo e mi chiedeva da un mese le parole della canzone che avrebbe dovuto cantare. Ogni volta trovavo una scusa: -le ho fatte, ma le ho lasciate a casa- oppure: -ce le ho in ufficio- o ancora: -ti telefono io stasera …-, ma non avevo ancora fatto niente.
La sera prima che scadesse il termine di consegna mi chiamò dicendo: -sto al telefono fin che non me le detti-. Così fui costretto ad improvvisare un testo sulla metrica numerica che avevo annotato al momento della scelta della musica e, in dieci minuti, gli dettai le parole. Quell’anno Albano e Romina vinsero il festival. Sono un uomo adrenalinico, quando sono costretto a fare le cose sotto pressione do il meglio.
Ho anche corso in Formula 3, vincendo.
L’altro ricordo che mi commuove ancora adesso è quello relativo ad un concerto di Adriano Celentano dove 70.000 persone cantarono “Soli” assieme a lui, conoscendo a memoria tutte le parole e, infine, quando Adriano non riusciva a cantare per l’emozione “Il tempo se ne va”. Gli veniva in mente la sua Rosita, ormai adolescente, vestita con un abito di Claudia Mori, e le lacrime gl’impedivano di cantare.-
E’ quasi sera e le zanzare, distrazione di Dio, ci fanno avviare verso le nostre auto. Nella darsena dell’Idroscalo, dove atterravano un tempo gli idrovolanti, qualche pesce imita i delfini mentre il sole di settembre si esaurisce dietro una leggera nebbiolina.
-Grazie Popi!-
-Grazie a te e vediamo di lavorare un po’ insieme … non le daremo a nessuno, ma almeno ci divertiamo e  avremo fatto qualche bella canzone.- 

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